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  • Spinguinamenti baltici

    L’ultima volta che son stato in Russia, sulla via dell’andata ho fatto scalo a Riga. Ho ridacchiato per un’oretta per la rima, poi mi sono avviato al controllo passaporti, dove un solerte funzionario mi ha tenuto per un bel po’. Mi son cagato un po’ addosso, perché ha controllato il mio passaporto per parecchio tempo con una lente d’ingrandimento cercando qualcosa che non andasse. Ero preoccupato, perché se il tizio della dogana lettone ti dice che il tuo passaporto non è buono (e ovviamente era validissimo), hai voglia trovare qualcuno per far valere le tue ragioni! A un certo punto mi ha chiesto in un inglese stentato se avevo un altro documento. Io, sorpreso, ho preso la mia carta d’identità italiana e gliel’ho data. L’ha controllata, ha rimuginato ancora un po’ e alla fine, con aria un po’ scazzata, mi ha fatto passare.

    La settimana scorsa (quindi due mesi dopo!), mentre correvo, ho realizzato all’improvviso che voleva dei soldi, e si aspettava che nel secondo documento ci fosse dentro la mancia.

    Luca XX, impermeabile alla corruzione, ma perché non ci arriva.

    Suor Pierantida

    Oggi, guardando i titoli di Repubblica.it, ho letto il nome “Aston Villa“, che ha scatenato (direi proustianamente) il ricordo di un micro-aneddoto.

    Siamo alle elementari, è il 1983, la mia maestra Suor Maddalena è assente e c’è la sua supplente. Quest’ultima, scocciata dalle troppo numerose richieste di andare in bagno e cercando di convincerci a tenerla un po’ di più, argomenta: “Se vi fosse scappata la pipì ieri sera, durante la partita…”  e viene interrotta da un boato della classe che si mette a festeggiare la vittoria della Juventus sull’Aston Villa. Mike M., in particolare, si alza in piedi sul banco e si mette a gridare ripetendo “Juventus tre! Aston Villa uno!”. Nel frattempo la supplente, pentita del suo exploit, cerca di calmare la classe, che, anche se è  dimentica delle proprie necessità fisiologiche, è totalmente fuori controllo. Io ignoravo che la sera precedente ci fosse stata una partita.

    Questa supplente si chiamava Suor Pierantida. Ricordo solo di lei questo aneddoto e il fatto che fosse molto più noiosa di Suor Maddalena. Stamane, ricordando questo aneddoto, mi son chiesto: “Ma che diamine di nome è Pierantida?”. Da una ricerca su Google risulta un solo hit, corrispondente però a una suora. Non ho mai visto scritto questo nome quindi potrei averlo inteso male. ‘nzomma, come diamine si chiamava questa suora?

    Le regole delle preghiere secondo il piccolo Luca

    Luca, otto anni, va a scuola dalle suore, è comunicato, va a messa, si confessa e zia Adelina gli ha insegnato a dire le preghierine. Egli esegue, ma, tuttavia, è una persona precisa, e ci tiene a stabilire alcune regole ed accorgimenti molto mirati.

    1) Le preghiere valgono solo se dette in “modalità preghiera”. La modalità preghiera viene attivata col segno della croce (nelnomedelpadredelfigliedellospiritosantoamen) e chiusa nello stesso modo. Se uno si dimentica di chiudere la modalità preghiera, rischia di passare tutto il suo tempo così, e poi chiuderla la volta successiva quando crede di riaprirla. Non è ben chiaro che succede se uno vive in modalità preghiera, ma quel che è certo è che le preghiere dette al di fuori della modalità apposita non valgono.

    2) Le preghiere vanno dette di sera prima di dormire. Nei seguenti giorni speciali vanno dette anche al mattino, appena svegli: Natale, Pasqua, e compleanno.

    3) Le preghiere vanno sussurrate. Non solo pensate, ma nemmeno declamate ad alta voce. Muovere solo le labbra può essere sufficiente.

    4) Le preghiere da dire sono le seguenti, in quest’ordine: Ave Maria, Padre Nostro, Atto di dolore, L’eterno riposo, Angelo di Dio. In caso uno abbia visto un film di paura, è concesso dire più volte l’Angelo di Dio (per essere più protetti da quello scansafatiche) o l’Eterno Riposo (ma solo se il film di paura riguarda fantasmi, vampiri, zombi o gente morta in qualche modo che bisogna tenere buona)

    5) Dimenticarsi di dire le preghiere è come dimenticarsi di lavarsi i denti: non serve a niente recuperare il giorno dopo, ormai la frittata è fatta. Probabilmente se una sera scordi uno dei due ti fai qualche secolo di purgatorio, ma se son tutte e due…beh, c’è Belzebù col forcone che ti aspetta!

    Completo la trattazione con un micro-aneddoto inconcludente in tema.

    Il piccolo Luca racconta la seguente barzelletta:

    - Qual è la barzelletta preferita da Andreotti, attuale presidente del consiglio dei ministri?”

    - Non sappiamo qual è la barzelletta preferita da Andreotti, attuale presidente del consiglio dei ministri, Luca. Diccelo tu -  risponde il parentame.

    - E’ l’Angelo di Dio, perché dice “Reggi il governo a me”.

    Risate educate del parentame. Spiegazione:  io avevo capito “Reggi il governo a me”  invece di “Reggi e governa me”, e mi pareva si adattasse ad Andreotti. Il che era anche vero, ma mi sfuggiva perché invece dovesse riguardare me, che non ero presidente del consiglio dei ministri (se non a mia insaputa, almeno).

    Il Fantasma delle Gocce d’Acqua

    Da bambino ero un gran fifone per quanto riguarda i film horror. Non che ne guardassi spesso, ma ogni volta che vedevo qualcosa che mi spaventava, finiva che di notte non dormivo e,  a un certo punto, rassegnato, andavo dai miei: “Mamma, papà, non riesco a dormire”. Quei due santi, che sapevano ciò che succedeva, mi ospitavano nel lettone e io dormivo. Loro, probabilmente svegliati nel cuore della notte e magari anche un po’ spaventati dal brusco risveglio (nonché più stretti del dovuto), invece probabilmente ci mettevano un sacco a riaddormentarsi.

    Una volta mi è capitato di vedere Poltergeist e non ho dormito per tre giorni. Da allora non l’ho mai più rivisto: nel 2005 ne ho comprato il dvd ma sta ancora lì incellofanato. Ho paura che se lo scellofano poi emette un’aura che mi fa paura. Guardarlo, non se ne parla nemmeno! Per fortuna, comunque, avevo abbastanza di buon senso da evitare i film più terrificanti, ma il problema era che i babau si annidavano ovunque. Ad esempio, in film che sfiorano l’horror solo in modo marginale: non ho dormito due notti dopo Ghostbusters per la scena delle braccia che escono dal divano; o anche, prima di un film, al cinema, hanno passato il trailer di Ammazzavampiri (era primavera, e per diversi giorni mi svegliavo di notte e non mi riaddormetavo più fino all’alba, quando i vampiri tornano a casa); passi poi Gremlins, che è in effetti un horror per ragazzi, ma persino i pupazzoni di Labyrinth mi avevano tenuto sveglio.

    E poi, c’è stato il Fantasma delle Gocce d’Acqua. Venni a conoscenza di questo simpatico signore in un programma animato sulle fiabe di tutto in mondo realizzato in silhouette (i più bravi potranno dirmi di cosa si tratta di preciso, io non ho voglia di fare ricerche) quando ero ancora in età prescolare, e non ho la minima idea di cosa facesse. So solo che mi bastava ricordare  la frase del narratore “e ogni volta che senti delle gocce d’acqua…” per avere un sacco  paura, anche senza sentire delle gocce d’acqua (e che diamine, non vivevo in una grotta!). Probabilmente quello che più mi inquietava era l’associazione tra qualcosa di comune e innocuo (le gocce d’acqua) e il soprannaturale.

    All’età di 12-13 anni, probabilmente con l’arrivo dei baffetti da preadolescente, all’improvviso smisi di aver paura. Tuttavia, qualche anno dopo, quando giocavo a D&D, creai come mostro il Fantasma delle Gocce d’Acqua, magari anche un po’ per esorcizzarlo definitivamente. Non ricordo assolutamente cosa faceva questo mostro. Probabilmente l’ho esorcizzato come si deve.

    Gianni Merda

    Sarete sorpresi di scoprire che non c’entra Gianni Morandi.

    Tanti anni fa avevo un collega che si chiamava Gianni, e che veniva talvolta chiamato Gianni Merda.  Povero Gianni, direte voi, povero ragazzo vittima di colleghi crudeli che gli facevano bullismo (*). Beh, Gianni era in effetti un bravo cristo, e non era certo un ragazzo (avrà una ventina d’anni più di me), e soprattutto  l’occasionale soprannome (tirato fuori qua e là senza troppa pesantezza) non aveva nulla di insultante. E’ solo che Gianni stava bene come Gianni Merda. Ma gli volevamo bene.

    Tre erano le specialità di Gianni:
    1) Rimpicciolirsi quando beveva alcolici. Gianni si incurvava e progressivamente era sempre più minuscolo, fino quasi a scomparire.
    2) Mettere il pepe sull’insalata.
    3) Soprattutto, ripetere spesso le sue due battute preferite: “Microsoft Outciuck” al posto di “Microsoft Outlook” e “Io sono certificato Notepad”, quest’ultimo pronunziato come si scrive.

    Ma perché vi racconto tutto questo? Perché Gianni ha influenzato molto la mia professionalità da programmatore. Ogni volta che devo inventare un nome di variabile o di file o un utente farlocco, dove gli altri usano “pippo” (o, se anglofoni, “foo” e le sue varianti), io uso “gianni”. E rivolgo un pensiero affettuoso a Gianni Merda.

    (*) L’espressione “fare bullismo” è made in Daw. Diamo a Cesare quel che è di Daw.

    Update!
    Quando ho scritto il post, ricordavo che Gianni ripeteva sempre TRE battute, ma ne ricordavo solo due. Finalmente mi è sovvenuta la terza: quando qualcuno riceveva un sms, esclamava “Fighe, fighe”.

    Il ragazzo col cappello

    Di idee cattive, deliranti o semplicemente sceme ne ho avute parecchie, ma credo che questa le batta tutte.

    Un giorno, quando avrò avuto circa 12 anni, ebbi la folgorazione che per rinsaldare la mia traballante (per non dire inesistente) popolarità io sarei diventato “il ragazzo col cappello”. Mi sarei trovato un cappellino qualunque (anche se sottintendevo a me stesso che era una cappellino da baseball, di quelli con visiera) e l’avrei indossato continuamente.  La gente, un po’ sconcertata all’inizio, avrebbe poi iniziato a voler bene a quello strano giovanotto. Il fruttivendolo gli avrebbe tirato una mela dicendo “Tieni, ragazzo col cappello, prendi questa e buon pro ti faccia!” e i giovinastri ai giardini e in sala giochi avrebbero avuto un muto rispetto per chi si proponeva con un così audace gesto. Forse addirittura una volta egli avrebbe salvato un bambino che stava finendo sotto un’ambulanza (sì, sotto un’ambulanza…che crudele ironia!) lanciandosi per sottrarlo a una morte crudele; il ragazzo col cappello si sarebbe ferito, e per la prima volta tutti lo avrebbero visto senza cappello, e avrebbero mormorato “allora il ragazzo col cappello è così, senza il cappello…”;  se poi fossi morto, avrebbero pianto la mia dipartita e sulla mia bara ci sarebbe stato il suddetto copricapo. Però non ho mai deciso se sarei morto o meno (sì, il resto erano “film che mi ero fatto”).

    Poi San Boleto Coccige mi ha messo la mano sulla spalla, mi ha benedetto e ho avuto l’illuminazione che, di tutte le cazzate che potevo fare, questa era una delle più imbecilli. Ed è per questo che nessuno mi conosce come “ragazzo col cappello”. Oh, ma sono sempre in tempo…

    (ripensando a questa storia, non posso fare  a meno di immaginarmi come Charlie Brown. Good grief…)

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