Non ci penso nemmeno a spiegarvi cosa diamine è il festival di Annecy. Cercatevelo.
Poche storie, per me andare ad Annecy è assai di più che vedere un sacco di cartoni animati. E’ un rito che esula da ciò che c’è da vedere e che si compone di una serie di gesti tradizionali che compongono, nel complesso la Annecy Experience.
E quest’anno, com’è andata? Beh, giudicate voi dalla checklist:
- Passare ad Alessandria e deridere il quartiere Cristo…check!
- Far aspettare Spacca ad Alessandria almeno una mezzoretta in modo che possa far amicizia col kebabbaro, sperimentare i nuovi panini di McDonald o cercare un chiodo della Vera Croce…check!
- Far pausa pranzo a Courmayeur e mangiare la pizza nella pizzeria Il Tunnel…check! (nota: quest’anno hanno corretto i menu e non c’è più il top of rape, ma la pizza è proprio ottima e abbondante e sono molto gentili)
- Fermarsi al primo autogrill francese a comprare una bottiglietta d’acqua che, coi vari refill alle fontane, ci accompagnerà tutta la settimana…check! (ri-nota: l’unica volta che questa fase è stata saltata hanno vinto i bambini sudanesi. Mai più)
- Sentirsi quasi arrivati quando si scorgono le mandrie di vacche savoiarde…check!
- Arrivare in città e sbagliare strada per arrivare al Bonlieu…check!
- Parcheggiare per prendere l’accredito e rimanere lì giusto qualche minuto oltre i 30′ gratuiti…check!
- Corsa sul lungo-lago…check!
- Mangiare la tartiflette la prima sera nel ristorante davanti alla sala Pierre Lamy…check!
- Non dormire la prima notte a causa della suddetta tartiflette che canta la Marsigliese nello stomaco…check!
- Pranzo alle vecchiette…check…ma per l’ultima volta. Non fanno più insalate ma solo piatto del giorno, e dall’anno prossimo sarà depennato dalla Annecy Experience.
- Pranzo all’Happy People, il bar dei finocchi di Annecy ahimè, è stato letteralmente murato. La piazzetta dove stava ora non esiste più è c’è un negozio.
- Inveire contro Chez Bernabé, che non ci ha fatto nulla di male ma che lo odiamo a priori…check!
- Scorgere il tizio uguale ad Alan Moore…check!
- Scorgere il belga coi baffi che sembra Asterix e gira con le magliette dei festival anni ’80… check!
- Farsi spennare dal pub del Pirata per la biretta post-proiezione serale a prezzi oltraggiosi…manca! Pazienza, abbiamo trovato di meglio!
- Mangiare una tartare e poi pisolare pesantemente alla proiezione successiva…check!
- Prendere una pausa da una proiezione per andare a fare la spesa dei cadeaux al Monoprix…check!
- Fare previsioni sui vincitori leggendoci attentamente le biografie dei giurati e cannare tutto…check!
- Tenere il badge tutta la settimana senza interruzioni (da svegli, almeno) e toglierselo solo quando, dopo la cerimonia di chiusura, ci si siede per la cena…check!
- La domenica mattina, prima di partire, passare a fare scorta di croissant e pain au chocolat da surgelare…check!
- Fermarsi di nuovo sulla via del ritorno a Courmayeur e mangiare polenta e spezzatini vari dal ristorante La Padella…check!
Però, affinché non si dica che ci limitiamo alle tradizioni, ci sono anche delle nuove scoperte interessanti che probabilmente saranno integrate nelle Annecy Experience dei prossimi anni:
- Birra in piedi all’aperto davanti all”affollatissimo e coolissimo Café des Arts…check!
- Cena dal ristorante dove danno le patate fritte a stufo…check!
- Indicare la gente (“Ehi, guarda quello là che capelli buffi!” – indicandolo col dito) correndo il continuo rischio di essere menati…check!
- Fare nuove conoscenze interessanti…check!
Ah, e poi ho visto un sacco di bei cartoni animati. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.
Ovvero, un elenco brutale di opere universalmente o quasi ritenute capolavori o autori universalmente o quasi ritenuti genii che a me invece non mi mi piaciano. Il tutto senza motivazioni o quasi, giusto per fare caciara.
Musica
Iniziamo con la musica moderna, o quasi. E’ ben noto che io NCUCDM, ma, cristiddio, i Doors sono quanto di più palloso ci sia sulla faccia della Terra. Più di Finlandia di Sibelius. Se non c’era Morrison a fare il sex symbol maledetto e morire giovane, erano dimenticati da decenni. E i Genesis? Marò, quanto sono inascoltabili, loro e le loro emanazioni! Tutti così turituritù quanto siamo bravi! Per non parlare di quel fesso di Sting, ma chi si crede di essere? Con quella sua vociaccia e la sua faccia da schiaffi? Taccio infine per gli U2, il cui successo planetario proprio non riesco a spiegarmi.
Sono più canonico negli apprezzamenti della musica classica, con due grandi eccezioni: Wagner, che nonostante faccia bum! proprio non mi piace, e Mozart. Con qualche piccola eccezione, trovo Mozart una femminuccia che fa gnegnegnè.
Cinema
Qua ce n’è un po’ per tutti i gusti. Tralasciamo gli stronzetti sperimentatori che scimmiottano Von Trier, anche lui fessacchiotto ma per lo meno con coscienza, perché sono in tanti a pensarla come me. Questi in fondo sono gli unici che mi fanno sbavare dalla rabbia: non dimenticherò l’incazzatura che mi ero preso con Funny Games. Non ho mai sopportato l’espressionismo tedesco, mi addormento solo a pensarci. Più sorprendentemente, perché è più vicino a quella che è la mia sensibilità, trovo noiosissimo anche Akira Kurosawa. Non sono riuscito a finire di vedere quello che molti considerano un gioiello del cinema italiano, Berlinguer ti voglio bene di Bertolucci con Benigni. E, pur apprezzando in generale Pupi Avati, trovo che il titolo de La casa dalle finestre che ridono sia la cosa migliore di un film per il resto proprio scemo. Che altro? Ah, sì, non vado pazzo per Chaplin, ma lo sopporto; Truffaut e tutta la Nouvelle Vague li ritengo enormemente sopravvalutati; spegnerei volentieri il Rocky Horror Picture Show a metà e per concludere con cose più recenti ho trovato Avatar e Inception due minchiate galattiche. Puff!
Letteratura
In letteratura sono un po’ meno iconoclasta. Cioè, ci sono un sacco di scrittori ritenuti importantissimi dalla critica di cui non me ne può fregare di meno: che so, per citare a caso, Musil, Virgilio, Moravia. La differenza rispetto alle altre forme di comunicazione è che ci vuole un sacco di tempo per leggere i libri, ed è necessario operare scelte. Quindi, non è che non mi piaccia Musil, è che proprio non lo so, non ho ancora avuto uno stimolo abbastanza forte per dedicare sei mesi della mia vita a leggerlo. Eppure qualche autore considerato “cult” che a me fa cagare c’è: Pennac, innanzitutto, come romanziere. Lo tollero nei suoi saggi/pamphlet, ma trovo che come narratore sia talmente tronfio e pieno di sé da risultare insopportabile. Anche Baricco, ma qui è più la persona che lo scrittore a essere antipatico. E poi…ehm, Douglas Adams. Forse è la nausea da nerd-citazione, forse il fatto che l’ho letto tutto insieme e mi è risultato proprio stucchevole, ma non ne posso più.
Televisione
Guardo così poca televisione (per non dire nessuna televisione!) che il mio giudizio non ha molto senso. Eppure, non ho mai tollerato Serena Dandini e la banda di Avanzi, Tunnel eccetera. Persino Corrado Guzzanti smette di farmi ridere dopo una decina di secondi, ma è proprio la Dandini che mi è antipaticissima. Trovo Renzo Arbore, più volte chiamato il Salvatore della TV, spocchioso e sopravvalutato. E i Gialappa’s hanno detto tutto quello che avevano da dire già dal 1994. Beh, ci sarà una ragione se non guardo tv, no?
Cartoni animati
(parliamo di serie tv “classiche” , per così dire)
Le serie animate giapponesi anni ’70-’80 mi piacciono molto, quindi posso ritenermi di bocca buona. Eppure, qualche mostro sacro che non mi va giù c’è, eccome: innanzitutto Gundam. Gundam ha due difetti macroscopici: si prende troppo sul serio, e non è né carne né pesce tra l’essere una serie di SF seria e una serie robotica per bambini. Il risultato è che è incoerente, contraddittoria nello stile e faticosa da seguire. Lady Oscar! Ma qui distinguiamo, suvvia. La seconda metà, quella diretta da Osamu Dezaki, è un capolavoro. La prima metà, quella che ricalca maggiormente il manga, quella detta “i capricci di Maria Antonietta” è proprio noiosa, e solo la meravigliosa qualità grafica ne salva la visione. Capitan Harlock. Ok, la poesia dello spazio profondo. Ok, l’antieroe dallo spirito libero. Ok, le donne che bruciano come carta. Ma per due, tre, puntate. 48 sono una tortura!
Arti figurative
Ossignur, mi piacciono, cerco di imparare, ma sono tuttora poco preparato…beh, gli impressionisti non mi impressionano un granché. Raffaello non mi impressiona un granché. Dalì non mi impressiona un granché (sì, ho finito i sinonimi, e allora?)
Fumetti
Infine, i fumetti (arbitrariamente separati dalla letteratura). Qua ci ho dovuto pensare parecchio, ma una conseguenza del fatto che i fumetti sono la forma d’espressione che mi piace di più consiste anche nel fatto che non mi vengono in mente “mostri sacri” che proprio non mi vadano giù. Certo, c’è qualche piccola incrinatura tra me e la critica “ufficiale”: trovo Maus di Spiegelman sopravvalutato (e apprezzato soprattutto perché fumetto sull’Olocausto); non amo moltissimo Grant Morrison e Warren Ellis; l’intero movimento Mètal Hurlant francese mi lascia un po’ indifferente, persino Moebius; ritengo che Manara sia il dio delle donnine ma che non sia capace di scrivere due parole e che Crepax sia un fessacchiotto; penso che Magnus sia uno dei migliori disegnatori mai esistiti ma abbia sprecato la sua carriera a disegnare le cazzate di Max Bunker, nonché gli ultimi anni a illustrare minuziosamente un Tex di rara imbecillità; trovo di un’insopportabile antipatia i personaggi di Ai Yazawa. Ma in fondo sono un lettore abbastanza allineato, suvvia.
Ehi, era un po’ di tempo che non assegnavo i Cazzetti Awards! Per chi arriva tardi, si tratta di premi semiseri e premi imbecilli (premi seri-seri no, quelli non ci sono) ai film visti durante la stagione cinematografica, la quale, in questo caso, nel complesso è stata un po’ moscetta, sia come numero di film visti – 32 in un anno – che come qualità complessiva. Con qualche grande eccezione, ovviamente. Buon divertimento e inveite con me se non siete d’accordo.
Cazzetto d’oro per il miglior film: Up di Pete Docter e Bob Peterson. A mio parere, il miglior film Pixar di sempre. Divertente, commovente, coraggioso, ricco di grazia e di idee da ogni punto di vista, è un film meraviglioso che tutti dovrebbero vedere perché lo si può apprezzare a un sacco di livelli differenti. Il mondo è un posto migliore da quando c’è la Pixar.
Cazzetto d’argento: Inglourious Basterds di Quentin Tarantino, ovvero il film che mi ha riconciliato con questo regista. La rivisitazione storica del buon Quentin è originale quanto non mai, cinematograficamente audace e frizzante, con un cast azzeccatissimo e soprattutto divertente da morire, cosa ben rara quando si parla di nazisti.
Cazzetto di bronzo: non oso scegliere e codardamente do un pavido ex-aequo a ben tre film diversissimi tra di loro.
Drag me to Hell di Sam Raimi è il ritorno del grande regista di paura. E’ uno “spaventarello”, ti fa bù continuamente, è sadico nei confronti dei personaggi e degli spettatori e riesce a spaventarti con un fazzoletto che vola. Ma che spasso, ragazzi! E che bravura il regista!
La prima cosa bella di Paolo Virzì è un film imperfetto ma molto bello perché sincero, girato con grande partecipazione ed entusiasmo. Si dirà che di solito non basta, ma chissene. La prima cosa bella ti conquista.
Toy Story 3 di Lee Unkrich: due Pixar in un anno solo, troppa grazia! Non è al livello di Up, ma è comunque un film Pixar, quindi ricco di grazia, di idee, divertente e commovente. Sì, le stesse cose che ho detto per Up, ma che ci posso fare se il mondo è un posto migliore da quando c’è la Pixar?
Cazzetto fuoriserie: in realtà il film più bello che ho visto quest’anno al cinema è un altro, e per la precisione Il mio vicino Totoro di Hayao Miyazaki, quello che probabilmente è il mio film preferito in assoluto. Se non l’avete mai visto, siete delle persone incomplete. Lo considero fuori concorso perché è un film del 1988 e perché l’avevo già visto un sacco di volte.
Cazzetto moscio per il peggior film: oggettivamente quest’anno non credo di aver visto un film brutto brutto, un film da buttare via sotto ogni punto di vista, ma ne ho visti diversi di mediocri, e che soprattutto in virtù delle aspettative dovute al nome del regista o al tema dovevano essere migliori. C’è l’imbarazzo della scelta: Baarìa di Giuseppe Tornatore, Amabili Resti di Peter Jackson, Alice in Wonderland di Tim Burton, Il paese delle Creature Selvagge di Spike Jonze. Ma tra tutti questi film bruttarelli, ne spicca uno per molestia, non fosse altro per la durata e per la tortura del 3d: Cagatar, di James Cameron. Maro’ che palle! Sì, belli i paesaggi, gran dettaglio grafico, 3d finalmente usato come si deve, ma che palle! Dio, che palle!
E ora i premi speciali:
Premio speciale “Belli Capelli” a Segnali dal futuro di Alex Proyas per i capelli di Nicholas Cage. Il film di per sé non è neanche malaccissimo, molto scemo e improbabile ma con belle scene di distruzione (spicca l’ultima con la settima di Beethoven con sottofondo), però merita di essere visto per i capelli di Nicholas Cage. Amo i capelli di Nicholas Cage, l’avevo già detto?
Premio speciale “Sbavare dalla rabbia”: tra i diversi film candidati al cazzetto moscio, Alice in Wonderland si distingue da un altro punto di vista: è quello che potenzialmente poteva rendere di più, per la potenza del soggetto e per l’affinità che ha con la sensibilità del regista. Il fallimento è talmente totale e clamoroso che non so se sarò più in grado di vedere un film di Tim Burton. Certamente non La famiglia Addams!
Premio speciale “Marketing” a Cagatar di James Cameron, perché anche se subodoravo la stronzata mi è stato impossibile non andarlo a vedere per l’enorme battage pubblicitario che ci ha bombardato per mesi e mesi.
Premio speciale “Memento” a Il messaggero di Peter Cornwell per il film di cui non ricordo quasi niente. C’era una casa semiinfestata, ogni tanto faceva bù. Non ricordo altro.
Premio speciale “Spancione” per la migliore battuta a Basta che funzioni di Woody Allen. In realtà a scriverla qua non rende (per chi l’ha visto: quella del pescegatto), ma era incastrata così bene in un film peraltro spassosissimo che ho riso tanto tanto tanto.
Premio speciale “Pacca sulla spalla” a Dieci Inverni di Valerio Mieli, dove la pacca è di incoraggiamento. Un piccolo film italiano originale e ben girato come ce ne dovrebbero essere di più.
Premio speciale “Photoshop” a Vera Farmiga (no pun intended), o meglio, alla sua controfigura che le ha prestato il sedere in una scena di nudo in Tra le nuvole di Jason Reitman (buon film, tra l’altro).
Premio speciale “Faccia” a Johnny Halliday per la sua interpretazione in Vendicami di Johnnie To. Faccia immobile per tutto il film senza nemmeno variare il cappello come faceva Clint Eastwood, ma assolutamente perfetta per il suo ruolo. Menzione speciale per il grugno di Brad Pitt in Inglourious Basterds.
Premio speciale “Fedeltà” al cinema Cineplex di Genova. Su 32 film visti nella stagione, 15 sono stati al defunto Cineplex di Genova. Non perché ci piacesse, ma perché aveva spesso uno spettacolo verso le 18.30 che faceva al caso nostro.
E infine premio speciale “Basta!” alla moda dei film in 3D, che una volta visti una volta e apprezzata la baracconata rendono solo la visione dei film più faticosa, più distraente e più costosa. Usate quei soldi per qualcosa di più interessante!
Vedo già Joril strozzarsi col vitaminico katsudon che stava sgranocchiando davanti al pc e Kotekino inveire “Per Belenos! Per Toutatis!”: ma come?!? Non avevi detto che quest’anno avevi saltato il festival e quindi avresti rinunziato ai consueti pallosissimi resoconti? Certo! E’ per questo chegli articoli del 2010 saranno scritti da Mastro Botty, e solo commentati da me (nonché corretti dove non mi piaceva come aveva scritto, che diamine, questa è casa mia e qui comando io!). I miei commenti in corsivo.
Partiamo subito con una considerazione di carattere generale: la consueta mandria di gente con borsa e badge al collo che gli altri anni praticamente soppiantava la popolazione locale, quest’anno non si è vista… Gran numero di persone, sì, ma non così eclatante. Io me lo sono spiegato con tre possibili ipotesi (non ho ancora scelto quella da ritenere vera…. fate voi, o aggiungetene altre): c’erano effettivamente meno partecipanti, per i più svariati motivi (meno soldi? Si era sparsa la voce che Luca XXmiglia non ci sarebbe stato? Mah!); c’era lo stesso numero di persone ma una considerevole percentuale si è rotta le palle di andare in giro festonata con borsa e badge (tendo ad escluderla); i locali, complice il bel tempo (che io in realtà gli anni scorsi non avevo mai visto) hanno deciso in massa di uscire e godere della loro splendida cittadina riducendo l’impatto percentuale.
Mumble…intanto non sono mica tanti quelli che vanno in giro con la borsa, che è oggettivamente più scomoda di un italico zainetto. I badge a volte si tende a nasconderli, soprattutto se, come l’anno scorso, i portabadge sono difettosi e tendono a rompersi verso il giovedì. Magari c’era più gente autoctona in giro, ma anche se l’impatto percentuale varia non cambia quello del numero assoluto. Insomma, l’unica possibilità ragionevole è la prima che citi: che si fosse saputo che io non c’ero e che quindi mancasse lo stimolo primario a recarsi nella lacustre cittadina. Sì, non c’è dubbio.
Altra considerazione importante, il nostro scout (nel senso US Army del termine, non nel senso badenpauelliano) Spacca ha scoperto un luogo dove fanno il caffè meglio che nello Chalet a Crepe (anche se con cameriere più brutte); per non dire della recente apertura di un Sushi restaurant in zona Pierre Lamy, che è stato prontamente collaudato (si puo` andare, l’anno prossimo, tested and approved).
L’immagine di Spacca vestito da scout è impagabile. Infatti non la pagherei. Stigmatizzo invece il sushi: che diamine, siete in Haute Savoie, patria della tartiflette, e vi andate a cibare di pesce vecchio di giorni, e quindi con poche vitamine? Scuoto la testa in segno di disapprovazione e vi informo che ad Annecy 2011 nessuno mangerà sushi se non ha mangiato prima almeno una tartiflette, una tartare di manzo, due crepe (o galette) e un assiette du terroir.
Nota finale ‘extra evento’, la Grande Salle ha raggiunto livellio termici degni della Pierre Lamy. Solo che in Gran Salle ci sono 2000 persone…
Ciccio, tu non sei stato nella Pierre Lamy nel 2003, l’estate più calda del millennio, e non hai idea di cosa sia una sala bollente. (Aggiungo come nota di colore che nel 2003, mio anno di novellinato ad Annecy, ero andato su pieno di maglioni e pantaloni lunghi perché mi avevano detto che faceva freddo. Stolti consigliori!)
E ora veniamo all’evento vero e proprio.
Era ora.
La programmazione di quest’anno, tanto per iniziare, era un discreto scoglio, quantomeno all’apparenza, visto che pareva nettamente privilegiare i corti in concorso e i lunghi, sia in concorso che fuori concorso, a discapito degli altri programmi. In realtà alla fine non è stato proprio così perché son riuscito a vedere tutti i corti fuori concorso, un paio di film di scuola, oltre ai commissioned e un paio di retrospettive. Però in concomitanza dei corti della sera in Grande Salle, c’era, alla Petite Salle, la retrospettiva completa dei vincitori di Annecy, da quando e` stato creato ad oggi. Unica programmazione possibile, in quell’orario. Che, come è chiaro, può essere un po’ fastidioso…
Non mi è chiaro in cosa consistesse il privilegiamento dei corti in corcorso e dei lunghi rispetto agli altri programmi. E’ una mera questione di orari? Comunque consolati… a vedere i vincitori di Annecy, avresti dovuto riguardare anche i bambini sudanesi!
Il concorso.
I lungometraggi erano ben 7. Non mi ricordo, onestamente, quanti fossero gli altri anni, ma mi sembra un buon numero. Di questi 7 ne ho visti 5, perdendomi scioccamente quello di Trondheim (basato su un soggetto suo, sì, non saltatemi dalla sedia pensando che LT si sia dato all’animazione senza avvertirvi) che avevo bollato come cazzata (mal me ne incolga) e rifiutandomi invece di vedere One Piece (di cui sono in overdose solo che da cosplayer).
Il lungometraggio di Trondheim è tratto da Allez raconte, una sua opera molto personale in cui il nostro rivive le favole che raccontava ai suoi figli da piccoli: sono storie folli, sconclusionate, ricche di immaginazione e per questo spassosissime. Ne era già stata fatta una serie, e ora si attendeva per il lungometraggio. Che Botty avrebbe dovuto vedere, ovviamente. One Piece è roba di gente che si mena con un bel design gommoso. Secondo me un lungo si può anche vedere, c’è di peggio in giro.
Il livello di questi 5 era tutto sommato accettabile, con un solo sconfinato abisso costituito dal Beavis and Butthead cinese, Piercing I di Jian Liu… Corruzione e ingiustizia esistono anche in Cina… (“sai la novità” “no, invece è importante che si faccia un film così, vuol dire che la cina si apre” “no, è esattamente il contrario. E’ innegabile che esistano corruzione e ingiustizia, ci faccio fare un film che così sembra che sono un paese democratico” fu il dialogo Botty – resto del mondo… ma è noto che io sia un cinico e anche un po’ arido…). Comunque il film era brutto.
Non ho capito, Beavis and Butthead parlano di corruzione?
Carino ,nel suo essere una favoletta per bambini, Kerity et la maison des contes, a cui è anche stata assegnata la Menzione Speciale. Naturalmente gli integralisti hanno subito avversato che la sceneggiatura era fatta a rampazzo e che non era realistico (belin, è una fiaba per bambini, dico io) che c’era troppo affidarsi al caso come espediente narrativo (belin, è una fiaba per bambini, ripeto io), che si prende il pubblico per scemo, perché i pretesti di base non sono credibili (belin, è una fiaba per bambini, insisto io, cominciando a mulinare una mazza ferrata). Comunque ha vinto.
Hai torto: il fatto che un’opera sia diretta ai bambini non deve pregiudicarne la coerenza, la validità della struttura narrativa e la credibilità.
Il grande atteso dallo spettatore offstream (tutti i mainstream avevamo Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson. Non ne parlo perché ne hanno gia` parlato dovunque. A me è piaciuto. Ha vinto il Cristal. Direi che basta e avanza, come recensione) era Summer Wars di Mamoru Hosoda, che gli ammiratori de La ragazza che saltava nel tempo attendevano in questa nuova prova. Non ho visto ‘la ragazza’, ma se era come questo, tutto sommato non ne sento troppo la mancanza. Si commentava che ha perso l’occasione per essere la versione anime di “Speriamo che sia femmina”, visto che l’incipit aveva un po’ questo sapore. Dopo un tot di tempo, che non saprei quantificare, parte lo svacco. In crescita esponenziale. Non ero pronto. Pollice verso. Mi dispiace Paolo e Giovanni, ma proprio non si poteva guardare.
Soprattutto, era l’ennesima parabola sui pericoli della rete, mi viene il latte alle ginocchia ogni volta che si sfiora l’argomento, ormai (vedi anche alla voce “faciloneria”).
Non so niente di questo film, ma La ragazza che saltava nel tempo è una roba discreta, non un capolavoro ma affascinante per il suo spirito “eighties”. Non ho capito bene di che parla questo qua, ma è vero che la rete è pericolosa, se esistono siti come Pinguini nel salotto!
Il mio favorito era Metropia, di Tarik Saleh, film svedese (ché in Svezia non producono solo bambini sudanesi e powerpoint) con un’interessante (anche se un po’ deja vu) rappresentazione di un futuro distopico in cui la vita è sorvegliata dalla solita mega corporation che controlla i pensieri della popolazione (anche se, pensandoci a mente fredda, non si capisce esattamente quale sia lo scopo, visto che non si prospettano gli effetti di questo controllo). Hanno detto (e può essere vero) che hanno usato l’animazione per rendere attraente un qualcosa che in live action non si sarebbe filato nessuno. Può essere. Comunque all’inizio si vede la fermata della metropolitana di Kista, dove lavoro io, quindi era bello.
Tu lavori alla fermata della metropolitana? Questo spiega molte cose! Anche a Genova ho visto controllori del metrò fare presentazioni powerpoint! Non ho capito, comunque, di cosa parli questo film, al di là dell’ambientazione.
Gli altri due, come già detto, non li ho visti. Mi sono pentito di aver perso Allez Raconte!, di Jean-Cristophe Roger ché Spacca mi ha detto essere molto carino e reggere parecchio bene il lungometraggio, a dispetto dell’apparenza un po’ “serie tv”. Di One Piece Film: Strong World di Munehisa Sakai mi importa una seppia.
Le seppie sono buone.
Dei lunghi fuori ho visto probabilmente i più tamarri. Il secondo della quadrilogia di Evangelion Evangelion shin gekijōban: Ha, di Hideaki Anno che, rispetto alla serie, parte con lo svacco e le esagerazioni nettamente in anticipo (ce ne hanno messo di ogni, a partire dalla metà del secondo film… voglio sapere ora come vanno avanti. Giudizio sospeso, anche se su Eva son diventato un po’ un fanboy. Ah, e c’era un sacco di fan service, ma l’avevano in effetti promesso alla fine del primo…).
Sabisu, sabisu! Eva è fanservice (anche a livello meta) nel suo nucleo, quindi c’è poco da stupirsi. Ecco, questo mi ruga moltissimo non averlo visto sul grande schermo…
Prometteva di essere devastante (e a quanto ne so lo è stato) il lungometraggio colombiano a tecnica mista (e con mista intendo tutte quelle umanamente utilizzabili) Los extraños presagios de León Prozak, per la regia di Carlos Eduardo Santa, affettuosamente rinominato Prozac, per non parlare del minacciosissimo croato Duga (Joško Marušić). Tuttora ignoro. Rintarô, col suo Yona Yona Penguin, mi dicono aver raggiunto abissi ormai imbarazzanti, mentre pare essere stato discreto Mai Mai shinko to sennen no maho di Sunao Katabuchi. Ma veniamo alla vera star della programmazione Lunghi fuori concorso… Redline, di quel genio di Takeshi Koike. Dichiaratamente tamarro, fin dallo snapshot dei cataloghi… non si può non amarlo. A differenza di Summer Wars era così talmente sfacciatamente cafone che l’istruzione ‘spegni il cervello che arrivano le vacccate’ passava gia` da prima di entrare al cinema… Mi son divertito. Come un bambino scemo, sì, ma mi son divertito.
Dicci di più: tamarro in che senso? come trama, come spirito, come realizzazione? Tamarro come può essere Ken il guerriero o un film con Vin Diesel? O piuttosto come Beavis and butthead?
Grazie mille a Botty, soprattutto da parte di Joril, e attendiamo la parte seguente!
Probabilmente l’ho già detto, ma mi ripeterò come un vecchio trombone nel dire che al mattino, quando faccio colazione, ho l’abitudine di guardare un episodio di un robottone sul mio netbook. Questa tipologia di serie animate costituisce l’ideale perché non richiede molta attenzione e si può capire quel che succede con poco sforzo anche mentre, terminata la colazione, rifaccio il letto o preparo il pranzo o inveisco perché non trovo la camicia rosa che mi piace tanto. Dopo Atlas Ufo Robot, di cui parlai tempo fa, ho deciso di buttarmi su qualche robottone minore, serie che avevo più o meno visto o sapevo che potevano avere motivo di interesse ma che volevo guardare con metodo dall’inizio alla fine.
Iniziamo da Gordian. Mi era stato detto che non era un granché, ma c’era un motivo specifico che mi ha spinto ad affrontarne la visione: il ricordo di un episodio ambientato nello spazio in cui tutto ciò che rimaneva dell’umanità era un’astronave che cercava di portare un pugno di sopravvissuti su un altro pianeta. Non che fosse nulla di straordinariamente originale, ma ora come allora ho un debole per le storie di distruzione e ricostruzione della società (è per questo che amo molto i film di zombi o le storie di pandemie come L’ombra dello Scoropione). Beh, in effetti Gordian non è una serie superlativa. Appare che, secondo la moda del momento, si sia voluto fare una serie robotica, ma che il soggetto originale fosse più una storia di fantascienza classica, a colpi di alieni, minerali misteriosi, profezie, sette segrete, cataclismi e financo fughe nello spazio: infatti mi ricordavo bene, nelle ultime 7-8 puntate c’è effettivamente il trasferimento di ambientazione nello spazio siderale. Tutta questa carne al fuoco però non si coniuga con un soggetto sufficientemente curato e gli elementi appaiono spesso buttati alla rinfusa, coniugandoli inoltre con un robot poco incisivo (al di là dell’idea un po’ scioccherella dei tre robot “concentrici”) che si prodiga in battaglie poco memorabili contro nemici dimenticati, e soprattutto 73 puntate sono troppe. D’altronde, però, il cast di personaggi è interessante e spesso anche originale, e l’ambientazione pseudo-western è molto più riuscita di quella di Goldrake.
Il mio motivo di interesse per Baldios è simile ma anche complementare. Mai visto da piccolo, ma nel periodo più otaku della mia esistenza ne vidi il lungometraggio relativo e fui colpito dalla trama tragica e dal senso di inellutabilità che trasmetteva. Facendo spoiler a manetta (ocio!), il succo è che il protagonista viene da un pianeta inquinatissimo chiamato S1 e arriva sulla Terra attraverso il subspazio, seguito dai cattivi di S1 che decidono di prendersela col nostro povero pianeta. Si scopre alla fine che S1 non è altro che la Terra stessa finita così in seguito alla guerra coi cattivi. Plot twist da Shyalaman, nevvero? La serie però perde molto dell’efficacia della trama perché troppo diluita negli episodi (anche se pochi, poco più di trenta) e perché, a causa di vicissitudini produttive, il finale è rapido e tronco, e soprattutto finisce bene! Infatti i buoni riescono a impedire il rilascio dell’arma finale e la Terra è salva. E così si perde tutto il senso della serie. L’annacquamento si estende anche alla tensione erotica tra il protagonista Marin e la cattiva Aphrodia, uno degli elementi potenzialmente più effifaci, che tirando troppo per le lunghe non sfocia mai in niente. Si ravvisa inoltre lo stesso difetto di Gordian, cioè l’appiccicamento posticcio del robot a un soggetto probabilmente pensato senza di esso, o almeno non strettamente in funzione di esso: ne è testimonio il fatto che il Baldios compare solo nel terzo o quarto episodio. A differenza del suo amichetto robot, però, la serie è proprio senza sussulti e a tratti anche noiosetta. Va però detto che graficamente è pulito e piacevole e i combattimenti sono onesti. Ciononostante, una delusione, nel complesso.
Al contrario, Trider G7 è stato una conferma. Flashback di un’estate a metà degli anni ’80. Luca è a Sassello, e ogni giorno si consuma un piccolo rito: subito dopo pranzo, nella calura agostana, si reca a casa di Marco, gli dà una mano a fare i compiti delle vacanze e poi si guardano insieme una puntata di Trider G7. Per qualche ragione strana da questo rito sono esclusi tutti gli altri amici, persino Daniele a cui Luca è anche più legato rispetto a Marco. Ciò che mi è rimasto da questa visione, a parte il rinsaldarsi dell’amicizia con Marco, è riassumibile in una frase che ci ripetevamo spesso: “La parte più bella è quella sulla Terra”. E, diamine, è vero. Trider G7 è una commedia robotica: un riuscitissimo mix tra una specie di sit-com e una serie robotica classica. A mia memoria nessun’altra serie riesce in qualcosa di simile, forse solo Daitarn III che però affianca anche elementi drammatici e soprattutto non ha lo stesso spirito. Ed è pur vero che la parte più bella è quella sulla Terra, quella dedicata alle disavventure di Watta coi suoi amichetti a scuola e il suo ruolo anomalo di presidente bambino di una società di trasporti, ma anche la parte robotica è spassosissima, con inserti umoristici, cattivi variegati e interessanti, situazioni curiose e senso di meraviglia. Tanto è evidente questa tensione alla commedia che, caso unico, i cattivi vengono sconfitti nella penultima puntata(*) e l’ultima è dedicata interamente agli amatissimi personaggi e allo scioglimento delle loro relazioni. Io e Marco non vedemmo l’ultima puntata, probabilmente l’estate finì prima, ma ne saremmo stati certamente soddisfatti.
(*) OK, anche in Mazinga Z, ma lì è una questione diversa. Antipatici precisini che non siete altro!
Ma come, dirà il solo pubblico cacacazzi, avevi detto che parlavi di vincitori e vinti! Beh, ho mentito. Mi son reso conto che di buona parte dei vincitori non ho molto da dire, mentre invece c’è un sacco di altra roba che ho visto in giro su cui vorrei spendere qualche parola. Quindi, si fottano i bambini sudanesi, quest’anno si parla di quello che secondo me è interessante. Iniziamo, come i più astuti avranno capito, dai lungometraggi.
Giusto per contraddirmi, mi pare indispensabile dire qualche parola in più sul vero vincitore del premio, cioè Mary and Max di Adam Benjamin “Billy” Elliot. Elliot è noto soprattutto per il suo strapluripremiatissimo (e amatissimo dal sottoscritto) Harvie Krumpet, ma ci si chiedeva se sarebbe stato in grado di affrontare un formato differente come il lungometraggio. Beh, sì, anche se, come l’autore stesso ammette, Mary and Max non è altro che una versione estesa del suo cortometraggio più famoso. Stessa tecnica (la plastilina), stesso tono surreale, stesso intervento della voce narrante, stessa ambientazione (a metà, almeno) e, soprattutto, stessa attenzione per le persone con qualche sorta di disabilità che le rende degli outcast se
non dei freak; e, naturalmente, stessa sensibilità nel toccare questi argomenti con poesia ma senza retorica. Il film parla della corrispondenza tra Mary, una bambina australiana con una famiglia un po’ difficile, e Max, un newyorkese di mezz’età che soffre della sindrome di Asperger, una forma di autismo. I loro scambi di lettere, tra alti e bassi della loro amicizia e scambi di cioccolato, seguono la crescita e la maturazione di Mary, e il lento sopravvivere di Max alla sua malattia, fino a un finale un po’ strappalacrime ma sicuramente sincero.
Un altro
film in concorso su cui vale la pena spendere due parole è Jeh-bool-chal-shee e-ya-gee (sia ringraziato il Dio del Copia e Incolla!), meglio noto come The Story of Mr Sorry, opera coreana di In-keun Kwak, Il-hyun Kim, Ji-na Ryu, Eun-mi Lee e persino di Hae-young Lee. La cifra stilistica di questo assurdo poco-più-che-mediometraggio (63 minuti) è “Che schifo!”. E ora parliamo di cerume. Chi ha visto un po’ di cartoni animati giapponesi sa che in terra nipponica è considerato un atto dal vago sapore erotico farsi pulire le orecchie da una donna, perlomeno per la vicinanza fisica che questo comporta. In Corea si va oltre: secondo questo film esistono dei pulitori di orecchie professionisti a domicilio. Sinceramente non so se si tratta di un’invenzione filmica, ma a naso (anzi, “a orecchio”!) direi che si tratta di realtà. E’ ovvio che un lavoro del genere sia molto umiliante, e infatti l’omino protagonista della storia, il suddetto Mr. Sorry, è un piccoletto brutto, scemo e sgraziato che si fa mettere in piedi in testa da tutti e ha un ragno enorme come unico compagno di giochi (“Che schifo!”), e che ha come obiettivo di vita ritrovare la sorella scomparsa. Un giorno il suo capo gli dà da bere una pozione che lo rimpicciolisce tanto che può entrare nelle orecchie della gente e fare pulizia come nessun altro. E’ a questo punto che l’azione si fa metafisica: pulendo l’orecchio di un cliente, per caso sfonda una parete e si ritrova nel suo cervello, accedendo così al suo inconscio, cosa che poi farà con tutti i successivi clienti. Ed è a questo punto che l’azione si fa confusa, perché interagendo con un politico che aveva avuto a che fare con sua sorella, Mr. Sorry accede al suo cervello stesso. Ed è a questo punto che l’azione si fa morbosa, perché si scopre che il nostro bravo pulitore di orecchie ha sempre concupito la sorella, altro che bravo fratellino che la vuole ritrovare. Ed è a questo punto che l’azione si fa assurda, perché dopo questa scoperta il protagonista si trasforma in un ragno gigante (ehi, come in Coraline!). E (ora la finisco con questa gag) è a questo punto che l’azione si fa pessima, perché si ritorna a una cornice, probabilmente posticcia, introdotta all’inizio in cui in una specie di reality show si dedice se ammazzare o meno il ragno gigante. Sì, lo si ammazza. Che schifo.
Schifo di altro genere è un altro film in concorso, di cui ho visto solo metà: My Dog Tulip di Paul e Sandra Fierlinger. Come suggerisce il nome, parla di una cagnetta di nome Tulip. Per i primi minuti si assiste a un signore di mezz’età inglese che racconta il suo rapporto con Tulip. Ok, mi son detto, questa è l’introduzione, poi succederà qualcosa, che so, incontrerà una donna grazie al cane. E invece no. Il film è tutto dedicato al rapporto di questo signore con suo cane. Ne ho retto metà, poi mi sono arreso e sono andato a farmi un giro. Un po’ la cosa mi dispiace, perché mi sono perso dettagli morbosi e scientificamente accurati sulla riproduzione dei cani, cioè come lubrificare la vagina di una cagnetta o come masturbare un cane per favorire l’accoppiamento. Non si sa mai, potrebbe essere conoscenza utile.
Tra le opere fuori concorso merita una menzione, come ho già anticipato, Edison& Leo, di Neil Burns. Mettetevi comodi, vi narro i primi dieci minuti del film, con spoiler a profusione. Allora, c’è Edison, sì, l’inventore, che è mezzo cattivo, e ha una moglie e due figli, di cui quello buono è il protagonista e quello cattivo non lo è. Un giorno riceve a casa sua uno sceicco con una moglie e gli fa vederela sua collezione di memorabilia, tra cui un preziosissimo pugnale orientale che avrebbe ucciso una moglie infedele incidendole il labbro. Contestualmente Edison riceve dalla moglie dello sceicco, che è imburkata da testa a piedi, un invito a un appuntamento notturno. Quando però vi si reca, viene aggredito e al suo risveglio il pugnale è stato rubato, e c’è la donna dello sceicco a terra. A lui sorge un dubbio, le toglie il velo e…tah-dah! E’ sua moglie, avvelenata al labbro inferiore! Lui fa quel che bisogna fare, e con un coltello le taglia il labbro inferiore, per scongiurare la diffusione del veleno. Per guarirla definitivamente, a questo punto, parte in locomotiva e, ciuf! ciuf!, si dirige verso una mesteriosa tribù di donne indiane. Nel frattempo, lo sceicco si libera della sua donna (che era una prezzolata) buttandola giù dalla carrozza. Tale donna giura vendetta nei suoi confronti. Lo sceicco scompare e non si rivedrà mai più. Tornando a Edison, sua moglie viene guarita tramite un rito, ma a condizione che Edison non tocchi il libro sacro che sta nella stessa stanza del rito. Appena le indiane amazzoni voltano le spalle, ovviamente lui lo ruba e si porta via la moglie, lasciando il rito incompiuto e quindi lei catatonica. Non si capisce bene cosa contenga questo libro, probabilmente delle scoperte scientifiche. Non verrà mai detto perché le indiane lo possedevano, e comunque verrà dimenticato ben presto. L’azione si sposta ancora alla pseudo-moglie dello sceicco, che cammina cammina, arriva dalle indiane, si unisce a loro e poiché i loro nemici sono suoi nemici, d’ora in poi non vorrà altro che vendicarsi di Edison, dimenticandosi dello sceicco. Nel frattempo Edison ha messo su una specie di parafulmine in stile Frankenstein, succedono un po’ di casini e la moglie, risvegliatasi per l’occasione, fa da parafulmine, ma conducendo comunque verso il figlio buono. Ella muore, e il figlio buono diventa una centrale elettrica vivente e ammazza tutti quelli che tocca.E qui finiscono i primi 10′ del film e parte il resto… ma direi che ho reso l’idea. Assurdo, incoerente, davvero scemo: come per i fumetti Marvel, è più divertente farselo raccontare che fruirlo di persona.
Infine, merita una menzione Sunshine Barry & the Disco Worms di Thomas Borch Nielsen. Barry è un verme, e i vermi sono considerati i più sfigati nella società degli insetti. Fa l’impiegato e vorrebbe far carriera, ma un giorno per caso scopre la disco-music e da allora la sua vita cambierà nel tentativo di formare un complessino, anche se, come dicono tutti, “Worms can’t boogie!”. Appare evidente che si tratta della solita parabola di riscatto sociale attraverso la musica, già vista milioni di volte in tutte le salse (ivi compresa quella degli insetti!), ma in questo film c’è forse un tocco di sincerità in più rispetto ai soliti film americani, probabilmente dovuto a una caratterizzazione dei personaggi un po’ al di fuori degli schemi dei cartoon in stile Dreamworks. Merita la visione, senza dubbio, anche se la produzione non è abbastanza ricca da comprarsi i diritti delle canzoni dei Bee-Gees.
(Un grazie al mio entourage per la copertura dei buchi di trama che mi mancavano quando mi ero appisolato: Gianluca, Andrea, Paolo, Paolo e Marco)


