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  • Annecy 2010 parte prima: lungometraggi

    Vedo già Joril strozzarsi col vitaminico katsudon che stava sgranocchiando davanti al pc e Kotekino inveire “Per Belenos! Per Toutatis!”: ma come?!? Non avevi detto che quest’anno avevi saltato il festival e quindi avresti rinunziato ai consueti pallosissimi resoconti? Certo! E’ per questo chegli articoli del 2010 saranno scritti da Mastro Botty, e solo commentati da me (nonché corretti dove non mi piaceva come aveva scritto, che diamine, questa è casa mia e qui comando io!). I miei commenti in corsivo.

    Partiamo subito con una considerazione di carattere generale: la consueta mandria di gente con borsa e badge al collo che gli altri anni praticamente soppiantava la popolazione locale, quest’anno non si è vista… Gran numero di persone, sì, ma non così eclatante. Io me lo sono spiegato con tre possibili ipotesi (non ho ancora scelto quella da ritenere vera…. fate voi, o aggiungetene altre): c’erano effettivamente meno partecipanti, per i più svariati motivi (meno soldi? Si era sparsa la voce che Luca XXmiglia non ci sarebbe stato? Mah!); c’era lo stesso numero di persone ma una considerevole percentuale si è rotta le palle di andare in giro festonata con borsa e badge (tendo ad escluderla); i locali, complice il bel tempo (che io in realtà gli anni scorsi non avevo mai visto) hanno deciso in massa di uscire e godere della loro splendida cittadina riducendo l’impatto percentuale.

     Mumble…intanto non sono mica tanti quelli che vanno in giro con la borsa, che è oggettivamente più scomoda di un italico zainetto. I badge a volte si tende a nasconderli, soprattutto se, come l’anno scorso, i portabadge sono difettosi e tendono a rompersi verso il giovedì. Magari c’era più gente autoctona in giro, ma anche se l’impatto percentuale varia non cambia quello del numero assoluto. Insomma, l’unica possibilità ragionevole è la prima che citi: che si fosse saputo che io non c’ero e che quindi mancasse lo stimolo primario a recarsi nella lacustre cittadina. Sì, non c’è dubbio.

    Altra considerazione importante, il nostro scout (nel senso US Army del termine, non nel senso badenpauelliano) Spacca ha scoperto un luogo dove fanno il caffè meglio che nello Chalet a Crepe (anche se con cameriere più brutte); per non dire della recente apertura di un Sushi restaurant in zona Pierre Lamy, che è stato prontamente collaudato (si puo` andare, l’anno prossimo, tested and approved).

    L’immagine di Spacca vestito da scout è impagabile. Infatti non la pagherei. Stigmatizzo invece il sushi: che diamine, siete in Haute Savoie, patria della tartiflette, e vi andate a cibare di pesce vecchio di giorni, e quindi con poche vitamine? Scuoto la testa in segno di disapprovazione e vi informo che ad Annecy 2011 nessuno mangerà sushi se non ha mangiato prima almeno una tartiflette, una tartare di manzo, due crepe (o galette) e un assiette du terroir.

    Nota finale ‘extra evento’, la Grande Salle ha raggiunto livellio termici degni della Pierre Lamy. Solo che in Gran Salle ci sono 2000 persone…

    Ciccio, tu non sei stato nella Pierre Lamy nel 2003, l’estate più calda del millennio, e non hai idea di cosa sia una sala bollente. (Aggiungo come nota di colore che nel 2003, mio anno di novellinato ad Annecy, ero andato su pieno di maglioni e pantaloni lunghi perché mi avevano detto che faceva freddo. Stolti consigliori!)

    E ora veniamo all’evento vero e proprio.

    Era ora.

    La programmazione di quest’anno, tanto per iniziare, era un discreto scoglio, quantomeno all’apparenza, visto che pareva nettamente privilegiare i corti in concorso e i lunghi, sia in concorso che fuori concorso, a discapito degli altri programmi. In realtà alla fine non è stato proprio così perché son riuscito a vedere tutti i corti fuori concorso, un paio di film di scuola, oltre ai commissioned e un paio di retrospettive. Però in concomitanza dei corti della sera in Grande Salle, c’era, alla Petite Salle, la retrospettiva completa dei vincitori di Annecy, da quando e` stato creato ad oggi. Unica programmazione possibile, in quell’orario. Che, come è chiaro, può essere un po’ fastidioso…

    Non mi è chiaro in cosa consistesse il privilegiamento dei corti in corcorso e dei lunghi rispetto agli altri programmi. E’ una mera questione di orari? Comunque consolati… a vedere i vincitori di Annecy, avresti dovuto riguardare anche i bambini sudanesi!

    Il concorso.

    I lungometraggi erano ben 7. Non mi ricordo, onestamente, quanti fossero gli altri anni, ma mi sembra un buon numero. Di questi 7 ne ho visti 5, perdendomi scioccamente quello di Trondheim (basato su un soggetto suo, sì, non saltatemi dalla sedia pensando che LT si sia dato all’animazione senza avvertirvi) che avevo bollato come cazzata (mal me ne incolga) e rifiutandomi invece di vedere One Piece (di cui sono in overdose solo che da cosplayer).

    Il lungometraggio di Trondheim è tratto da Allez raconte, una sua opera molto personale in cui il nostro rivive le favole che raccontava ai suoi figli da piccoli: sono storie folli, sconclusionate, ricche di immaginazione e per questo spassosissime. Ne era già stata fatta una serie, e ora si attendeva per il lungometraggio. Che Botty avrebbe dovuto vedere, ovviamente. One Piece è roba di gente che si mena con un bel design gommoso. Secondo me un lungo si può anche vedere, c’è di peggio in giro.

    Il livello di questi 5 era tutto sommato accettabile, con un solo sconfinato abisso costituito dal Beavis and Butthead cinese, Piercing I di Jian Liu… Corruzione e ingiustizia esistono anche in Cina…  (”sai la novità” “no, invece è importante che si faccia un film così, vuol dire che la cina si apre” “no, è esattamente il contrario. E’ innegabile che esistano corruzione e ingiustizia, ci faccio fare un film che così sembra che sono un paese democratico” fu il dialogo Botty - resto del mondo… ma è noto che io sia un cinico e anche un po’ arido…). Comunque il film era brutto.

    Non ho capito, Beavis and Butthead parlano di corruzione?

    Carino ,nel suo essere una favoletta per bambini, Kerity et la maison des contes, a cui è anche stata assegnata la Menzione Speciale. Naturalmente gli integralisti hanno subito avversato che la sceneggiatura era fatta a rampazzo e che non era realistico (belin, è una fiaba per bambini, dico io) che c’era troppo affidarsi al caso come espediente narrativo (belin, è una fiaba per bambini, ripeto io), che si prende il pubblico per scemo, perché i pretesti di base non sono credibili (belin, è una fiaba per bambini, insisto io, cominciando a mulinare una mazza ferrata). Comunque ha vinto.

    Hai torto: il fatto che un’opera sia diretta ai bambini non deve pregiudicarne la coerenza, la validità della struttura narrativa e la credibilità.

    Il grande atteso dallo spettatore offstream (tutti i mainstream avevamo Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson. Non ne parlo perché ne hanno gia` parlato dovunque. A me è piaciuto. Ha vinto il Cristal. Direi che basta e avanza, come recensione) era Summer Wars di Mamoru Hosoda, che gli ammiratori de La ragazza che saltava nel tempo attendevano in questa nuova prova. Non ho visto ‘la ragazza’, ma se era come questo, tutto sommato non ne sento troppo la mancanza. Si commentava che ha perso l’occasione per essere la versione anime di “Speriamo che sia femmina”, visto che l’incipit aveva un po’ questo sapore. Dopo un tot di tempo, che non saprei quantificare, parte lo svacco. In crescita esponenziale. Non ero pronto. Pollice verso. Mi dispiace Paolo e Giovanni, ma proprio non si poteva guardare.
    Soprattutto, era l’ennesima parabola sui pericoli della rete, mi viene il latte alle ginocchia ogni volta che si sfiora l’argomento, ormai (vedi anche alla voce “faciloneria”).

    Non so niente di questo film, ma La ragazza che saltava nel tempo è una roba discreta, non un capolavoro ma affascinante per il suo spirito “eighties”. Non ho capito bene di che parla questo qua, ma è vero che la rete è pericolosa, se esistono siti come Pinguini nel salotto!

    Il mio favorito era Metropia, di Tarik Saleh, film svedese (ché in Svezia  non producono solo bambini sudanesi e powerpoint) con un’interessante (anche se un po’ deja vu) rappresentazione di un futuro distopico in cui la vita è sorvegliata dalla solita mega corporation che controlla i pensieri della popolazione (anche se, pensandoci a mente fredda, non si capisce esattamente quale sia lo scopo, visto che non si prospettano gli effetti di questo controllo). Hanno detto (e può essere vero) che hanno usato l’animazione per rendere attraente un qualcosa che in live action non si sarebbe filato nessuno. Può essere. Comunque all’inizio si vede la fermata della metropolitana di Kista, dove lavoro io, quindi era bello.

    Tu lavori alla fermata della metropolitana? Questo spiega molte cose! Anche a Genova ho visto controllori del metrò fare presentazioni powerpoint! Non ho capito, comunque, di cosa parli questo film, al di là dell’ambientazione.

    Gli altri due, come già detto, non li ho visti. Mi sono pentito di aver perso Allez Raconte!, di Jean-Cristophe Roger ché Spacca mi ha detto essere molto carino e reggere parecchio bene il lungometraggio, a dispetto dell’apparenza un po’ “serie tv”. Di One Piece Film: Strong World di Munehisa Sakai mi importa una seppia.

    Le seppie sono buone.

    Dei lunghi fuori ho visto probabilmente i più tamarri. Il secondo della quadrilogia di Evangelion Evangelion shin gekijōban: Ha, di Hideaki Anno che, rispetto alla serie, parte con lo svacco e le esagerazioni nettamente in anticipo (ce ne hanno messo di ogni, a partire dalla metà del secondo film… voglio sapere ora come vanno avanti. Giudizio sospeso, anche se su Eva son diventato un po’ un fanboy. Ah, e c’era un sacco di fan service, ma l’avevano in effetti promesso alla fine del primo…).

    Sabisu, sabisu! Eva è fanservice (anche a livello meta) nel suo nucleo, quindi c’è poco da stupirsi. Ecco, questo mi ruga moltissimo non averlo visto sul grande schermo…

    Prometteva di essere devastante (e a quanto ne so lo è stato) il lungometraggio colombiano a tecnica mista (e con mista intendo tutte quelle umanamente utilizzabili) Los extraños presagios de León Prozak, per la regia di Carlos Eduardo Santa, affettuosamente rinominato Prozac, per non parlare del minacciosissimo croato Duga (Joško Marušić). Tuttora ignoro. Rintarô, col suo Yona Yona Penguin, mi dicono aver raggiunto abissi ormai imbarazzanti, mentre pare essere stato discreto Mai Mai shinko to sennen no maho di Sunao Katabuchi. Ma veniamo alla vera star della programmazione Lunghi fuori concorso… Redline, di quel genio di Takeshi Koike. Dichiaratamente tamarro, fin dallo snapshot dei cataloghi… non si può non amarlo. A differenza di Summer Wars era così talmente sfacciatamente cafone che l’istruzione ’spegni il cervello che arrivano le vacccate’ passava gia` da prima di entrare al cinema… Mi son divertito. Come un bambino scemo, sì, ma mi son divertito.

    Dicci di più: tamarro in che senso? come trama, come spirito, come realizzazione? Tamarro come può essere Ken il guerriero o un film con Vin Diesel? O piuttosto come Beavis and butthead?

    Grazie mille a Botty, soprattutto da parte di Joril, e attendiamo la parte seguente!

    Tre robottoni: Trider G7, Gordian, Baldios

    Probabilmente l’ho già detto, ma mi ripeterò come un vecchio trombone nel dire che al mattino, quando faccio colazione, ho l’abitudine di guardare un episodio di un robottone sul mio netbook. Questa tipologia di serie animate costituisce l’ideale perché non richiede molta attenzione e si può capire quel che succede con poco sforzo anche mentre, terminata la colazione, rifaccio il letto o preparo il pranzo o inveisco perché non trovo la camicia rosa che mi piace tanto. Dopo Atlas Ufo Robot, di cui parlai tempo fa, ho deciso di buttarmi su qualche robottone minore, serie che avevo più o meno visto o sapevo che potevano avere motivo di interesse ma che volevo guardare con metodo dall’inizio alla fine.

    gordiannew.jpgIniziamo da Gordian. Mi era stato detto che non era un granché, ma c’era un motivo specifico che mi ha spinto ad affrontarne la visione: il ricordo di un episodio ambientato nello spazio in cui tutto ciò che rimaneva dell’umanità era un’astronave che cercava di portare un pugno di sopravvissuti su un altro pianeta. Non che fosse nulla di straordinariamente  originale, ma ora come allora ho un debole per le storie di distruzione e ricostruzione della società (è per questo che amo molto i film di zombi o le storie di pandemie come L’ombra dello Scoropione). Beh, in effetti Gordian non è una serie superlativa. Appare che, secondo la moda del momento,  si sia voluto fare una serie robotica, ma che il soggetto originale fosse più una storia di fantascienza classica, a colpi di alieni, minerali misteriosi, profezie, sette segrete, cataclismi e financo fughe nello spazio: infatti mi ricordavo bene, nelle ultime 7-8 puntate c’è effettivamente il trasferimento di ambientazione nello spazio siderale. Tutta questa carne al fuoco però non si coniuga con un soggetto sufficientemente curato e gli elementi appaiono spesso buttati alla rinfusa, coniugandoli inoltre con un robot poco incisivo (al di là dell’idea un po’ scioccherella dei tre robot “concentrici”) che si prodiga in battaglie poco memorabili contro nemici dimenticati, e soprattutto 73 puntate sono troppe. D’altronde, però, il cast di personaggi è interessante e spesso anche originale, e l’ambientazione pseudo-western è molto più riuscita di quella di Goldrake.

    bald-main.jpgIl mio motivo di interesse per Baldios è simile ma anche complementare. Mai visto da piccolo, ma nel periodo più otaku della mia esistenza ne vidi il lungometraggio relativo e fui colpito dalla trama tragica e dal senso di inellutabilità che trasmetteva. Facendo spoiler a manetta (ocio!), il succo è che il protagonista viene da un pianeta inquinatissimo chiamato S1 e arriva sulla Terra attraverso il subspazio, seguito dai cattivi di S1 che decidono di prendersela col nostro povero pianeta. Si scopre alla fine che S1 non è altro che la Terra stessa finita così in seguito alla guerra coi cattivi. Plot twist da Shyalaman, nevvero?  La serie però perde molto dell’efficacia della trama perché troppo diluita negli episodi (anche se pochi, poco più di trenta) e perché, a causa di vicissitudini produttive, il finale è rapido e tronco, e soprattutto finisce bene! Infatti i buoni riescono a impedire il rilascio dell’arma finale e la Terra è salva. E così si perde tutto il senso della serie. L’annacquamento si estende anche alla tensione erotica tra il protagonista Marin e la cattiva Aphrodia, uno degli elementi potenzialmente più effifaci, che tirando troppo per le lunghe non sfocia mai in niente. Si ravvisa inoltre lo stesso difetto di Gordian, cioè l’appiccicamento posticcio del robot a un soggetto probabilmente pensato senza di esso, o almeno non strettamente in funzione di esso: ne è testimonio il fatto che il Baldios compare solo nel terzo o quarto episodio. A differenza del suo amichetto robot, però, la serie è proprio senza sussulti e a tratti anche noiosetta. Va però detto che graficamente è pulito e piacevole e i combattimenti sono onesti. Ciononostante, una delusione, nel complesso.

    trid-main.jpgAl contrario, Trider G7 è stato una conferma. Flashback di un’estate a metà degli anni ‘80. Luca è a Sassello, e ogni giorno si consuma un piccolo rito: subito dopo pranzo, nella calura agostana, si reca a casa di Marco, gli dà una mano a fare i compiti delle vacanze e poi si guardano insieme una puntata di Trider G7. Per qualche ragione strana da questo rito sono esclusi tutti gli altri amici, persino Daniele a cui Luca è anche più legato rispetto a Marco. Ciò che mi è rimasto da questa visione, a parte il rinsaldarsi dell’amicizia con Marco, è riassumibile in una frase che ci ripetevamo spesso: “La parte più bella è quella sulla Terra”. E, diamine, è vero. Trider G7 è una commedia robotica: un riuscitissimo mix tra una specie di sit-com e una serie robotica classica. A mia memoria nessun’altra serie riesce in qualcosa di simile, forse solo Daitarn III che però affianca anche elementi drammatici e soprattutto non ha lo stesso spirito. Ed è pur vero che la parte più bella è quella sulla Terra, quella dedicata alle disavventure di Watta coi suoi amichetti a scuola e il suo ruolo anomalo di presidente bambino di una società di trasporti, ma anche la parte robotica è spassosissima, con inserti umoristici, cattivi variegati e interessanti, situazioni curiose e senso di meraviglia. Tanto è evidente questa tensione alla commedia che, caso unico, i cattivi vengono sconfitti nella penultima puntata(*) e l’ultima è dedicata interamente agli amatissimi personaggi e allo scioglimento delle loro relazioni. Io e Marco non vedemmo l’ultima puntata, probabilmente l’estate finì prima, ma ne saremmo stati certamente soddisfatti.

    (*) OK, anche in Mazinga Z, ma lì è una questione diversa. Antipatici precisini che non siete altro!

    Annecy 2009 parte seconda: lungometraggi a Mach 5

    Ma come, dirà il solo pubblico cacacazzi, avevi detto che parlavi di vincitori e vinti! Beh, ho mentito. Mi son reso conto che di buona parte dei vincitori non ho molto da dire, mentre invece c’è un sacco di altra roba che ho visto in giro su cui vorrei spendere qualche parola. Quindi, si fottano i bambini sudanesi, quest’anno si parla di quello che secondo me è interessante. Iniziamo, come i più astuti avranno capito, dai lungometraggi.

    max_1024.jpgGiusto per contraddirmi, mi pare indispensabile dire qualche parola in più sul vero vincitore del premio, cioè Mary and Max di Adam Benjamin “Billy” Elliot. Elliot è noto soprattutto per il suo strapluripremiatissimo (e amatissimo dal sottoscritto) Harvie Krumpet, ma ci si chiedeva se sarebbe stato in grado di affrontare un formato differente come il lungometraggio. Beh, sì, anche se, come l’autore stesso ammette, Mary and Max non è altro che una versione estesa del suo cortometraggio più famoso. Stessa tecnica (la plastilina), stesso tono surreale, stesso intervento della voce narrante, stessa ambientazione (a metà, almeno) e, soprattutto, stessa attenzione per le persone con qualche sorta di disabilità che le rende degli outcast se vera_1024.jpgnon dei freak; e, naturalmente, stessa sensibilità nel toccare questi argomenti con poesia ma senza retorica. Il film parla della corrispondenza tra Mary, una bambina australiana con una famiglia un po’ difficile, e Max, un newyorkese di mezz’età che soffre della sindrome di Asperger, una forma di autismo. I loro scambi di lettere, tra alti e bassi della loro amicizia e scambi di cioccolato, seguono la crescita e la maturazione di Mary, e il lento sopravvivere di Max alla sua malattia, fino a un finale un po’ strappalacrime ma sicuramente sincero.

    Un altro story-of-mr-sorry_forweb.jpgfilm in concorso su cui vale la pena spendere due parole è Jeh-bool-chal-shee e-ya-gee (sia ringraziato il Dio del Copia e Incolla!), meglio noto come The Story of Mr Sorry, opera coreana di In-keun Kwak, Il-hyun Kim, Ji-na Ryu, Eun-mi Lee e persino di Hae-young Lee. La cifra stilistica di questo assurdo poco-più-che-mediometraggio (63 minuti) è “Che schifo!”. E ora parliamo di cerume. Chi ha visto un po’ di cartoni animati giapponesi sa che in terra nipponica è considerato un atto dal vago sapore erotico farsi pulire le orecchie da una donna, perlomeno per la vicinanza fisica che questo comporta. In Corea si va oltre: secondo questo film esistono dei pulitori di orecchie professionisti a domicilio. Sinceramente non so se si tratta di un’invenzione filmica, ma a naso (anzi, “a orecchio”!) direi che si tratta di realtà. E’ ovvio che un lavoro del genere sia molto umiliante, e infatti l’omino protagonista della storia, il suddetto Mr. Sorry, è un piccoletto brutto, scemo e sgraziato che si fa mettere in piedi in testa da tutti e ha un ragno enorme come unico compagno di giochi (”Che schifo!”), e che ha come obiettivo di vita ritrovare la sorella scomparsa. Un giorno il suo capo gli dà da bere una pozione che lo rimpicciolisce tanto che può entrare nelle orecchie della gente e fare pulizia come nessun altro. E’ a questo punto che l’azione si fa metafisica: pulendo l’orecchio di un cliente, per caso sfonda una parete e si ritrova nel suo cervello, accedendo così al suo inconscio, cosa che poi farà con tutti i successivi clienti. Ed è a questo punto che l’azione si fa confusa, perché interagendo con un politico che aveva avuto a che fare con sua sorella, Mr. Sorry accede al suo cervello stesso. Ed è a questo punto che l’azione si fa morbosa, perché si scopre che il nostro bravo pulitore di orecchie ha sempre concupito la sorella, altro che bravo fratellino che la vuole ritrovare. Ed è a questo punto che l’azione si fa assurda, perché dopo questa scoperta il protagonista si trasforma in un ragno gigante (ehi, come in Coraline!). E (ora la finisco con questa gag) è a questo punto che l’azione si fa pessima, perché si ritorna a una cornice, probabilmente posticcia, introdotta all’inizio in cui in una specie di reality show si dedice se ammazzare o meno il ragno gigante. Sì, lo si ammazza. Che schifo.

    tulip.jpgSchifo di altro genere è un altro film in concorso, di cui ho visto solo metà:  My Dog Tulip di Paul  e Sandra Fierlinger. Come suggerisce il nome, parla di una cagnetta di nome Tulip. Per i primi minuti si assiste a un signore di mezz’età inglese che racconta il suo rapporto con Tulip. Ok, mi son detto, questa è l’introduzione, poi succederà qualcosa, che so, incontrerà una donna grazie al cane. E invece no. Il film è tutto dedicato al rapporto di questo signore con suo cane. Ne ho retto metà, poi mi sono arreso e sono andato a farmi un giro. Un po’ la cosa mi dispiace, perché mi sono perso dettagli morbosi e scientificamente accurati sulla riproduzione dei cani, cioè come lubrificare la vagina di una cagnetta o come masturbare un cane per favorire l’accoppiamento. Non si sa mai, potrebbe essere conoscenza utile.

    edisonleo.jpgTra le opere fuori concorso merita una menzione, come ho già anticipato, Edison& Leo, di Neil Burns. Mettetevi comodi, vi narro i primi dieci minuti del film, con spoiler a profusione. Allora, c’è Edison, sì, l’inventore, che è mezzo cattivo, e ha una moglie e due figli, di cui quello buono è il protagonista e quello cattivo non lo è. Un giorno riceve a casa sua uno sceicco con una moglie e gli fa vederela sua collezione di memorabilia, tra cui un preziosissimo pugnale orientale che avrebbe ucciso una moglie infedele incidendole il labbro. Contestualmente Edison riceve dalla moglie dello sceicco, che è imburkata da testa a piedi, un invito a un appuntamento notturno. Quando però vi si reca, viene aggredito e al suo risveglio il pugnale è stato rubato, e c’è la donna dello sceicco a terra. A lui sorge un dubbio, le toglie il velo e…tah-dah! E’ sua moglie, avvelenata al labbro inferiore! Lui fa quel che bisogna fare, e con un coltello le taglia il labbro inferiore, per scongiurare la diffusione del veleno. Per guarirla definitivamente, a questo punto, parte in locomotiva e, ciuf! ciuf!, si dirige verso una mesteriosa tribù di donne indiane. Nel frattempo, lo sceicco si libera della sua donna (che era una prezzolata) buttandola giù dalla carrozza. Tale donna giura vendetta nei suoi confronti. Lo sceicco scompare e non si rivedrà mai più. Tornando a Edison, sua moglie viene guarita tramite un rito, ma a condizione che Edison non tocchi il libro sacro che sta nella stessa stanza del rito. Appena le indiane amazzoni voltano le spalle, ovviamente lui lo ruba e si porta via la moglie, lasciando il rito incompiuto e quindi lei catatonica. Non si capisce bene cosa contenga questo libro, probabilmente delle scoperte scientifiche. Non verrà mai detto perché le indiane lo possedevano, e comunque verrà dimenticato ben presto. L’azione si sposta ancora alla pseudo-moglie dello sceicco, che cammina cammina, arriva dalle indiane, si unisce a loro e poiché i loro nemici sono suoi nemici, d’ora in poi non vorrà altro che vendicarsi di Edison, dimenticandosi dello sceicco. Nel frattempo Edison ha messo su una specie di parafulmine in stile Frankenstein, succedono un po’ di casini e la moglie, risvegliatasi per l’occasione, fa da parafulmine, ma conducendo comunque verso il figlio buono. Ella muore, e il figlio buono diventa una centrale elettrica vivente e ammazza tutti quelli che tocca.E qui finiscono i primi 10′ del film e parte il resto… ma direi che ho reso l’idea. Assurdo, incoerente, davvero scemo: come per i fumetti Marvel, è più divertente farselo raccontare che fruirlo di persona.

    sunshine-barry-disco-worms.jpgInfine, merita una menzione Sunshine Barry & the Disco Worms di Thomas Borch Nielsen. Barry è un verme, e i vermi sono considerati i più sfigati nella società degli insetti. Fa l’impiegato e vorrebbe far carriera, ma un giorno per caso scopre la disco-music e da allora la sua vita cambierà nel tentativo di formare un complessino, anche se, come dicono tutti, “Worms can’t boogie!”. Appare evidente che si tratta della solita parabola di riscatto sociale attraverso la musica, già vista milioni di volte in tutte le salse (ivi compresa quella degli insetti!), ma in questo film c’è forse un tocco di sincerità in più rispetto ai soliti film americani, probabilmente dovuto a una caratterizzazione dei personaggi un po’ al di fuori degli schemi dei cartoon in stile Dreamworks. Merita la visione, senza dubbio, anche se la produzione non è abbastanza ricca da comprarsi i diritti delle canzoni dei Bee-Gees.

    (Un grazie al mio entourage per la copertura dei buchi di trama che mi mancavano quando mi ero appisolato: Gianluca, Andrea, Paolo, Paolo e Marco)

    Annecy 2009 parte prima, ovvero come imparai a odiare i bambini sudanesi

    affiche_annecy09_fr.jpgLuci e ombre sull’edizione 2009 del Festival di Animazione di Annecy. E ora che ho creato tensione, permettetemi un cappello introduttivo sul mio rapporto con questo festival. Giunto ormai alla mia settima presenza consecutiva, il festival di Annecy è diventato un’abitudine annuale a cui non riesco più a fare a meno, tanto che l’idea con cui gigioneggiavo gli anni scorsi di saltarlo per fare più ferie in estate ormai mi è diventata estranea. Non riesco più a immaginare il mio giugno senza tutti i piccoli riti della settimana di Annecy: la tartiflette, gli aerei di carta, i siparietti di Bromberg, i croissant di fronte alla Pierre Lamy, il prato vicino al lago, il pranzo dalle vecchiette, la spesa di cadeaux al Monoprix, i piccoli riti del viaggio, la biretta a prezzi paurosi dal Pirate Pub, le fumetterie da esplorare. E i cartoni animati, certo. Sì, lo so che è un termine improprio e sminuente, che bisognerebbe dire “cinema di animazione”, ma lo trovo un termine troppo freddo, dove invece cartoni animati è più affettuoso, più vicino allo spirito che io attribuisco all’animazione. Insomma, io non mi vergogno di dire che ad Annecy vado a vedere i cartoni, che diamine.

    Luci e ombre, si diceva. Togliamoci il sassolino dalla scarpa e proclamiamo pure che le giurie hanno fatto dei gran pasticci, quest’anno. Il corto vincitore del Grand Prix per il cortometraggio, il cui nome e i cui autori non citerò per ripicca, era proprio brutto ed è stato scelto, evidentemente, solo per il suo contenuto sociale: era infatti un documentario sul dramma dei bambini rapiti e ridotti in schiavitù in Sudan. Un grosso problema, per carità, che è giusto affrontare e non è di principio sbagliato farlo in animazione (per quanto sia inutile usare questo mezzo), ma premiarlo in virtù del messaggio e non in virtslavar2jpg.jpgù della qualità del lavoro (che, come si sarà capito, era meno che mediocre) mi ripugna. Possiamo quindi dire che l’edizione 2009 di Annecy non ha avuto un vincitore nei cortometraggi. Un immagine del non-vincitore è comunque qui a destra, così vi fate un’idea anche voi.Ma non è l’unico guaio. Sempre nei cortometraggi, è stato premiato l’ottimo Runaway di Cordell Baker. Nulla da eccepire sulla scelta, se non che le musiche del corto sono opera di un certo Benoit Charest, che era anche giurato. Mi risulta impossibile concepire come un festival della serietà e dell’importanza come quello di Annecy abbia commesso una simile leggerezza. E ancora: non è stato proclamato un solo film vincitore del premio per il lungometraggio, ma si è scelto di attribuire un ex-aequo a Mary and Max (a sinistra) di Adam Benjamin Elliott e a Coraline di Henry Selick. E’ palese che mary-and-max7.jpguna giuria che non riesca a scegliere abbia fallito il suo compito; tuttavia, da come è stato attribuito il premio (Cristallo a Elliott, e poi, a sorpresa, ex-aequo a Selick) si sospetta che il vincitore in effetti sia Mary & Max, e salvataggio delle chiappe nei confronti delle major hollywoodiane che stanno lanciando il film in questo momento e potrebbero essere generose in futuro nei confronti di un festival sempre affamato di sponsor. Puzza anche molto l’attribuzione del premio del pubblico a Brendan et le secret de Kells di Tomm Moore e Nora Twomey, vista la pioggia di applausi e le ovazioni che hanno seguito Mary and Max (e anche Coraline, suvvia). Ah, e giusto per chiudere, nella giuria dei corti c’era Elliott, autore di uno dei lunghi in concorso. Non un vero conflitto di interessi, ma comunque una situazione poco pulita. Va detto, comunque, che c’è stata la fondata impressione che Elliott fosse radicalmente contrario alle decisioni dei suoi colleghi giurati.
    Per la prima volta, durante il pomeriggio di sabato i vincitori dei premi sono stati divulgati alla stampa, con una preghiera di non diffusione che solo gli svizzeri e i giapponesi avranno rispettato. Io non mi sono spoilerato, ma avevo intuito che c’erano dei grossi problemi: questo “leak”, probabilmente era per preparare il pubblico e ridurre le contestazioni, che comunque un po’ ci sono state. E, comunque, è mancata l’atmosfera di festa e la pioggia di applausi che seguono la proclamazione del corto vincitore.

    Ma parliamo d’altro. Nove lungometraggi in concorso, ne ho visti sette e gli ultimi due è come se li avessi visti (Battle for terra e Monster & Aliens), grande varietà di temi, di tecniche e di qualità. Si è passato dalla stop-motion dei due vincitori, boogie.jpgMary and Max e Coraline, al 3d un po’ primitivo della satira sociale del norvegese Kurt turns evil (mi aspettavo un po’ di più dai norvegesi, dopo l’ottimo Slipp Jimmy Fri di due anni fa), allo spasso dell’ultraviolenza in cut-outs di Boogie el aceitoso (un’immagine qui a destra), e persino l’animazione tradizionale su rodovetro per My dog tulip e Brendan et le secret de Kels. Fuori concorso invece non c’era moltissimo di interessante. Citerò solo per farvi venire un po’ di curiosità la follia di Edison & Leo, un pasticciaccio di avventura molto più spassoso da raccontare che da vedere, e la tradizionalissima ma molto divertente storia di riscatto sociale Sunshine Barry & the Disco Worms. Parlerò di entrambi in seguito.

    Una volta tanto, per quanto riguarda i cortometraggi, è mancato davvero qualcosa che spiccasse sugli altri: se ricordate, infatti, c’è un mantra che si ripete ogni anno “Quest’anno i corti non erano male, ma mancava il capolavoro ricco di spessore”. Ecco, forse l’edizione 2009 ci si è avvicinata un po’. Il sabato mattina, tradizionalmente, riguardiamo la lista dei corti proiettati ed è abbastanza facile restringere i candidati a quei 5-6 lavori che meritano di più, e qualcuno di questi vince sempre qualcosa. Quest’anno la cosa è stata pressoché impossibile, ma non necessariamente per la mancanza di bei lavori: anche per la mancanza di corti particolarmente fetidi. Quelli proprio brutti saranno stati tre o quattro, uno dei quali, ricordiamolo, è stato il vincitore.
    gordini017ima.jpgVa però detto che la giuria, con l’eccezione del Grand Prix, ha premiato dei bei lavori, in particolare quello che è stato il mio personale vincitore: L’homme à la Gordini, una storia di libertà d’espressione un po’ surreale ambientata in un mondo ideale degli anni ‘70, ha preso il premio per l’opera prima (nonché quello dei bambini, ma quello conta di meno). Potete vedere quant’è ganzo qui a sinistra. Il Premio Speciale è andato al già citato Runaway di Cordell Baker, un corto tradizionale canadese ricco di ritmo e di gag visive (e di qualche metafora sociale), mentre la Menzione Speciale è finita all’apprezzato (da me, almeno) e stravagante Please Say Something di Davide O’Reilly, stora d’amore tra gatti e topi con un design particolare e un po’ “difficile” e narrata a blocchi narrativi slegati.

    Un po’ moscetta anche l’offerta delle anteprime: Panique au village, che è divertente in episodi da tre minuti, è assolutamente insopportabile nella forma di lungometraggio. Credo che nessuno, in sala non abbia dormito almeno un po’, maledicendo le grida stridule dei personaggi del film. E’ stato presentato inoltre un altro lungo francese, Les Lascars, tratto da un fumetto che non conoscevo. Non l’ho visto.

    I film di scuola sono sempre difficili da vedere, un po’ per la programmazione (spesso alle 23, lo spettacolo che io sono uso saltare) e un po’ perché molto popolari, e i biglietti finiscono subito. Ne ho visti tre su cinque, e ho anche visto quasi tuttsocks.jpgi i vincitori. Che culo. Il vincitore assoluto, For Socks’ sake di Carlo Vogele, l’ho visto (animazione di oggetti in modo creativo, un po’ alla PES: immagine qui a destra), mi è piaciuto, ma il secondo, Ex-E.T. di Benoît Bargeton, Yannick Lasfas, Rémy Froment e Nicolas Gracial non mi colpito un granché, tanto che me lo sono mezzo sonnecchiato. Il terzo premio, The Soliloquist di Kuang Pei Ma, l’ho mancato. L’impressione, comunque, è di un calo della qualità. Non è un buon segno.

    Discreta invece la selezione dei corti fuori-concorso. Ho sempre più l’impressione che questi programmi non contengano gli “scarti”, cioè i migliori corti non selezionati dal comitato apposito, ma piuttosto siano frutto di una selezione parallela (da parte di qualche altro oscuro comitato che agisce nell’ombra), e contemporaneamente racchiudano prodotti che non sono andati in concorso magari perché l’autore non lo voleva, o ha consegnato oltre il termine di scadenza, o ha qualche conflitto d’interesse con la giuria (vabbè, si dirà, questo evidentemente non è un problema…). Questo per dire che si assiste a qualche bella fetecchia, ma comunque non si tratta di programmi di “scarti” e quindi in quanto tale per forza inferiori al concorso. Ad esempio, cito qua e approfondirò in seguito The Spine, il nuovo corto di Chris Landreth e Madagascar, carnet de voyage, entrambi i quali avrebbero potuto anche essere vincitori di qualche premio.

    Infine, una parola sui programmi speciali: questo era l’anno della Germania. I programmi ad essa dedicati non erano molti, ma nel complesso di buona qualità. Ne ho visti tre: un’ottima selezione di corti, una discreta selezione di corti di scuola, e un coraggioso programma dedicato solamente a opere astratte. Quest’ultimo, prima visione del lunedì, è stato un po’ pesante ma comunque nel complesso interessante. Va però detto che non si percepiva “Germania” dappertutto come è successo in altre annate, come la Corea, l’India, il Canada o persino l’Italia. Altra serie di programmi in rassegna era dedicata alla danza. E’ un argomento che non mi interessa molto, e quindi non le ho dato priorità: cioè, non ho visto nulla. Completano la rassegna i soliti Spike & Mike, Politically Incorrect e un programma per il quarantennale dello sbarco sulla luna. Complessivamente, comunque, non è parsa un’annata in cui i programmi di rassegna attirassero molto l’attenzione.

    Altri appunti sparsi:

    (Ok, le ombre le abbiamo capite… ma le luci quali erano? Beh, mi sono divertito un sacco come al solito, che si vuole di più?)

    Next: Vincitori e vinti

    Una vita a fare livelli

    Questo è uno di quegli articoli che scrivo praticamente solo per me stesso, ben conscio che la probabilità che interessi a qualcuno dei miei lettori regolari è infima. Fatevene una ragione! :)

    dq1.jpgDa un po’ di tempo ho ripreso a “perdere tempo” con un’attività che negli anni precedenti avevo abbandonato, e cioè i videogiochi. Sono abbastanza di vedute ristrette nell’argomento: gioco solamente col mio fido Nintendo DS (poiché per mio stile di vita sono spesso in giro e mi piace giocare in treno o a letto, e perché la Nintendo mi è molto più simpatica della Sony) e, in quanto ai titoli che scelgo, mi limito agli strategici a turni, qualche avventura o ai buoni vecchi giochi di ruolo alla giapponese (JRPG). Conseguenza di questo sono le invettive dei miei amici che non trovano mai giuochi adatti per “fare una partita” per dieci minuti, ma solamente giochi con lunghe presentazioni e con curve di apprendimento piuttosto lunghe. Seconda conseguenza è che sono un po’ indietro rispetto ai giochi moderni, quindi potrei dire nel seguito qualche banalità ampiamente sorpassata dall’attualità. Ne correrò il rischio.

    Giusto sabato scorso ho finito un JRPG che mi ha colpito, e colgo qui l’occasione per farci su quattro chiacchiere. Spoiler a profusione sulla trama, quindi se avete intenzione di giocare a Dragon Quest V: Hand of the the heavenly bride forse è meglio se smettete di leggere. Già, perché, in quanto a gameplay, DG V non aggiunge praticamente nulla di nuovo. Chi è pratico di questo tipo di giochi sa come funzionano: hai un party di personaggi che, combattendo mostri, accumula esperienza e diventa sempre più forte. Il gioco consiste in pratica nel passaggio da un’area all’altra con mostri sempre più forti inframmezzato da visite a città, castelli, villaggi in cui puoi fare acquisti di oggetti per diventare più potente e parlare con la gente per capire dove sta il dungeon successivo. Certo, non mancano le varianti a questo schema di base e le diverse sezioni sono tenute insieme da una trama generale, che di solito è qualcosa del genere di un messianico “Tu sei il prescelto che deve salvare il mondo”; inoltre ogni gioco ha un suo tono generale che caratterizza dialoghi e personaggi. Riguardo quest’ultimo, io non ho mai amato i popolarissimi Final Fantasy perché trovo che tendano a essere troppo cupi e, soprattutto, a prendersi troppo sul serio; invece i Dragon Quest hanno molto più umorismo e ironia, con dialoghi vivaci e spesso sopra le righe e un design cartoonesco (addirittura creato da un nome celebre come Akira Toriyama, autore di Dragonball) che si adatta benissimo: non è raro trovare dei nemici che fanno le linguacce o che scorreggiano!

    In realtà lo scopo generale di DG V è in pieno standard: c’è un’entità oscura che vuole conquistare il mondo e tu lo devi salvare. Quello che lo rende unico è il fatto che la trama si svolge lungo buona parte della vita di te in quanto protagonista; lo confesso: io ho un debole per le storie che si dipanano lungo archi di tempo consistenti, e amo per ragioni simili le saghe generazionali. Una trama che dura decenni e abbraccia tre generazioni non poteva quindi non colpirmi.

    Il gioco inizia con la tua nascita, figlio di un re, evento che coincide col rapimento di tua madre e dell’esilio di tuo padre. Nella prima parte del gioco, tu sei un bambino che ha poca libertà di movimento in quanto costretto a obbedire a tuo padre e seguirlo nei suoi viaggi. E’ buffo combattere accanto al babbo poiché lui è enormemente più forte di te, quindi tu rimani lì e fai esperienza quasi gratis: una specie di metafora dell’infanzia, se si vuole. Ovviamente le cose si fanno leggermente più  sfidanti quando ti trovi da solo se scappi di notte per andare in un maniero infestato dai fantasmi o finisci sempre da solo nel Regno delle Fate, altrimenti sarebbe troppo facile! La tua infanzia finisce però all’improvviso quando, andando alla ricerca di un principe rapito, uno dei mega-cattivoni uccide tuo padre. Uno dei canoni dei JRPG costituisce nel cosiddetto “protagonista silente”. Il tuo personaggio non parla mai, al massimo risponde “sì” o “no” a domande esplicite: è una sorta di testimone di quello che gli accade intorno. La conseguenza è che l’interpretazione emotiva degli eventi è totalmente a carico del giocatore: il dramma di un bimbo che vede uccidere suo padre davanti è così molto più forte rispetto a un “Noooooooo” da film americano. E non finisce qui: il mega-cattivone fa l’errore dei cattivi da fumetto e ti lascia in vita, ma ridotto in schiavitù. Passano così dieci anni.

    La seconda parte del gioco, la giovinezza, inizia quando alla fine riesci a scappare dal campo di lavoro dove eri prigioniero, usando lo stesso stratagemma del Conte di Montecristo. Come tutti i giovani adulti, a questo punto hai due interessi: uno, salvare il mondo, due, la patata.  Il primo va male: incredibilmente, si scopre che non sei TU il Prescelto, il salvatore del mondo; le armi e le armature che solo lui potrebbe usare a te non vanno bene! Va meglio la seconda parte, invece, perché incontri più ragazze e a un certo punto ti ritrovi a scegliere chi sposare: la vivace amica d’infanzia, il dolce e timido angelo o la ribelle figlia del ricco del paese. Riflettono un po’ i canoni delle ragazze degli shoonen manga; la trama non cambia a seconda di chi scegli, se non il fatto che nel tuo party entra qualcuno con abilità differenti. Io ho scelto Bianca, l’amica d’infanzia: nulla di personale contro gli angeli e le ricche viziate, per carità! A questo punto continui ad andare in giro con tua moglie per scoprire chi diamine è il Prescelto, visto che non sei tu. Tra una cosa e l’altra, ritorni a occupare il trono che era di tuo padre e…ta-dah! Diventi papà di due bellissimi gemelli! Purtroppo, durante i festeggiamenti dopo la nascita, avviene il secondo grande dramma. Tua moglie, esattamente come tua madre tanti anni prima, viene rapita. La insegui, la trovi, la salvi dal boss nemico, quand’ecco che rispunta lo stesso mega-cattivone che ha ucciso tuo padre anni prima. Ed è ancora troppo forte per te: senza problemi, trasforma in pietra te e tua moglie, e se ne va. Venite poco dopo scambiati per statue da due avventurieri di passaggio e venduti all’asta, separati. Non viene mai detto esplicitamente se tu, in quanto personaggio, rimani cosciente mentre sei pietrificato, ma si lascia intuire che se tu, in qualità di giocatore, assisti a queste scene, allora lo fa anche il tuo personaggio. La scena successiva è probabilmente la più drammatica di tutto il gioco: il tuo acquirente è un ricco mercante che ti piazza in cortile come una specie di nano da giardino. Questo mercante ha appena avuto un bambino, e mentre passano gli anni e le stagioni lo vedi crescere, imparare a camminare, a parlare. Si intuisce quindi il dolore del protagonista che ha appena avuto due bimbi ed è stato separato da loro, e si sta perdendo la gioia di vederli crescere. Passano così altri dieci anni…

    La terza parte, la maturità, a questo punto, diventa la più tradizionale, verso lo scioglimento finale (*). Alla fine vieni scovato e liberato dai tuoi figli, e continui le tue avventure con loro. In particolare si scopre che il famoso Prescelto non è altri che il tuo figlio maschio, e poi trovi finalmente tua moglie e liberi dalla pietrificazione anche lei, e alla fine si tratta solo di far fuori i cattivoni finali. C’è solo tempo per ancora un momento di commozione quando ritrovi tua madre solo per perderla subito dopo nel suo disperato tentativo di fermare il boss finale, ma intanto ci pensi tu (tra l’altro è un boss finale particolarmente semplice, l’ho fatto fuori al primo tentativo!). E poi il lieto fine.

    Ora, capiamoci: mi rendo conto che questa non è letteratura. Se ci fosse un libro, un film o un fumetto che narra le stesse cose verrebbe tacciato di estrema banalità. Quello che però il videogioco è in grado di fare è di dare all’utente un’identificazione molto maggiore, e quasi l’illusione di poter controllare la storia. In fondo, le possibilità di questo mezzo sono grandiose, e probabilmente siamo appena all’inizio.

    (*) Non credo che sia un caso che la struttura del gioco in tre atti ricalchi quella dei film secondo i manuali di sceneggiatura: introduzione, svolgimento/crisi, scioglimento/lieto fine.

    Qualche appunto disordinato su Atlas Ufo Robot

    Warning 1: parlando di Goldrake, userò i nomi del doppiaggio italiano storico. I puristi se ne facciano una ragione, è solo per facilitare la lettura ad un pubblico più ampio.
    Warning 2: spoiler senza pietà.

    uforobot02.jpgHo iniziato a rivedere le vecchie serie animate giapponesi già da una decina d’anni, quindi non sono certo un novellino nel vedere le “storiche” serie senza aspettarmi chissà che. Eppure, per una serie di coincidenze, non ho mai affrontato quella che è considerata la più “mitica delle serie mitiche”: Atlas Ufo Robot. Con pazienza, quindi, ogni mattina, all’ora di colazione, mi son visto un episodietto di Goldrake. Ecco qui qualche considerazione a ruota libera su questa visione postmoderna.

    Trent’anni dopo la sua prima messa in onda in Italia, Goldrake fa ancora parlare di sé. Al di là di tutto quello che rappresenta (l’invasione dei cartoni giapponesi, il simbolo di una generazione etc.), però, ci sono anche delle motivazioni legate al prodotto stesso: Goldrake è curiosamente sia immerso nel suo tempo che moderno, e come tale può funzionare da collante tra gli anni ‘70 e oggi. Da un lato è palesemente basato sulla moda dei dischi volanti che ha funestato gli anni ‘70 ancora più delle Brigate Rosse, ma dall’altro mostra un’anima ecologica che in animazione non si era ancora mai vista. Viene mostrato come il peggio che fanno i cattivi non sia tanto uccidere, conquistare, tiranneggiare, ma piuttosto devastare i mondi inquinandoli e prosciugandone le risorse. L’unica altra serie classica che mi pare affronti il tema in modo simile è, ovviamente, Conan ragazzo del futuro, che infatti è ancora modernissima. Al di là di questo, visivamente Goldrake è una serie ancora molto piacevole da vedere. Altri prodotti coevi all’occhio moderno risultano più difficili da apprezzare: per fare un esempio, Il Grande Mazinga, precedente di un solo anno, appare molto più invecchiato.
    goldrake01.jpgAltro elemento puramente anni ‘70 è la struttura della trama. Sono ancora lontani i tempi in cui il meccanismo de “il mostro della settimana” verrà superato, ma nemmeno gli episodi sono totalmente intercambiabili come se fossero I Flintstones. Arrivano nuovi mezzi, cambiano i nemici, i protagonisti cambiano ruolo: ci sono parecchi piccoli cambiamenti che danno il senso di passaggio del tempo. Gli episodi memorabili, va detto, non sono molti, e quasi tutti nella parte finale della serie. Ciò però non significa che ci si annoi e le puntate siano prevedibili: la struttura dell’episodio sfugge alla normale logica delle serie robotiche di “scene di vita quotidiana dei protagonisti - piano dei nemici - uscita del robot - combattimento - finale al tramonto”, ma spesso sono più articolate, tanto che le scene riciclate (il classico “Actarus che si butta nel condotto della lavanderia“) non sono usate di frequente, e spesso sono tagliate. La seconda parte della serie poi quasi dimentica alcuni personaggi “terrestri” che erano protagonisti della prima e che costituivano parte dell’ambientazione non-bellica: Banta scompare completamente, Rigel assume una dimensione minore, la vita alla fattoria rimane sullo sfondo. Diverse puntate addirittura sono focalizzate sui cattivi, dedicando un tempo smisurato ai loro intrighi, e passando l’azione ai buoni solo al momento del combattimento. Non poche, inoltre, sono le puntate in cui si opera un primitivo approfondimento psicologico dei personaggi. In particolare, c’è un leit-motiv che ricorre spesso: il ritorno dei demoni del passato, nella forma di persone o di oggetti che parevano lasciati alle spalle, ma che tornano ad esigere  il loro tributo al presente, sia dei buoni che dei cattivi.  A questo proposito, il cast di personaggi merita una piccola analisi a parte.
    goldrane_min.jpgIniziamo dai “buoni”. Actarus è davvero un figo. Non è una cosa da poco, perché tradizionalmente il pilota del robot deve offrire identificazione nello spettatore. Invece Actarus non solo è bello ed eroico, ma è anche freddo, altero e scostante. Impossibile non ammirarlo, impossibile identificarsi. Questa scelta, a mio parere, nasce da un altro aspetto di Goldrake: la sua ricerca di un pubblico femminile. Non solo il tratto è più morbido e accessibile rispetto ai disegni grezzi ed efficaci di moda negli anni ‘70 (e che purtroppo non si sono mai più visti da allora), ma si propone un maschietto di cui innamorarsi e ben due personaggi “forti” femminili, Venusia e Maria. Il loro ruolo è molto più marcato delle “pilotesse di robot femminili spara-tette”, che in sostanza erano una sorta di spalla pseudo-erotica del protagonista. Al contrario Alcor, la cui posizione nella serie nasce palesemente dalla necessità di fornire continuità alla saga nagaiana (per chi non lo sapesse: Alcor in realtà è il pilota di Mazinga Z, chiamato Rio Kabuto in Mazinga Z, Koji Kabuto -il suo nome vero- ne Il Grande Mazinga, dove compare nelle ultime puntate, e appunto Alcor in Goldrake), è invece retrocesso a spalla dalla personalità impetuosa e anche un po’ infantile, dimenticandosi della maturità con cui, nelle ultime puntate de Il Grande Mazinga, aveva dato una lezione a Tetsuya.
    Non mancano invece altri personaggi ricorrenti, tipici delle vecchie produzioni nipponiche: il bambino (Mizar), la figurrigel_personaggio.jpga paterna (il professor Procton) e la spalla comica, Rigel. Quest’ultimo è un personaggio totalmente al di fuori dello spirito della serie, tanto che la sua efficacia nel suo ruolo comico ne risulta moltiplicata. Un cowboy giapponese nano, pelato, ubriacone e fanatico degli UFO. Geniale, nella sua demenza.
    Passando dall’altro lato della barricata, quello che rende affascinanti i cattivi in Goldrake è la loro bassezza morale. Tradizionalmente, nei cartoni animati ma non solo, i cattivi vengono rappresentati come personaggi che hanno scopi diversi rispetto all’eroe, magari ideologie sbagliate e una certa malvagità, ma comunque non privi di un loro valore e un loro senso dell’onore: in questo modo, la loro sconfitta tributa maggiori onzuril.jpgori al vincitore. Per la quasi totalità della serie di Goldrake, invece, i vegani tradiscono, si insinuano, utilizzano stratagemi repellenti e vigliacchi per sconfiggere gli umani. E non solo: si pugnalano alle spalle tra di loro, sono invidiosi, arrivisti, crudeli. In una puntata, la conquista della terra fallisce solamente perché il Ministro Zuril e il Comandante Gandal, solitamente rivali, si alleano per far fuori un loro possibile rivale nella lotta per assicurarsi i favori di Re Vega, giunto ad un passo dalla vittoria contro Goldrake. Uccidendolo a tradimento, mantengono lo status quo. Solo nella parte finale, quando da tiranni spaziali i vegani si trasformano in esseri disperati che lottano per la sopravvivenza, assumono una statura morale superiore. Dimostrano allora di avere una famiglia, degli affetti, persino un certo rudimentale senso dell’onore. A tratti, addirittura, Goldrake appare come una punizione divina immeritata.

    godlrake_new.jpgIn mezzo a queste personalità spiccate e nel complesso azzeccate, spicca in negativo il vero protagonista della serie, il robot Goldrake: pare paradossale, ma lo trovo la cosa meno riuscita della serie. E’ un robot privo di personalità, troppo lucido e perfetto. Al di là del fatto che è Goldrake, e della trovata un po’ imbecille di ficcarlo in un disco volante, è anonimo. Non viene distrutto ad ogni puntata come Il Grande Mazinga, né è lento e imponente come Mazinga Z, né grezzo ed efficace come Getter Robot e tantomento ironico come Daitarn III. E’ Goldrake, punto. Lo scarso successo che ha avuto in patria probabilmente nasce anche dalla scarsa incisività del robottone.

    Parlando di altri robot, viene spontaneo pensare alle questioni morali, che sono spesso una chiave portante delle serie nagaiane. Anch’esse scompaiono, anzi, sono a malapena accennate. Non c’è traccia del tema dominante di Mazinga, l’ambiguità dell uso del potere derivata dal libero arbitrio (”Alla guida di questo robot potrai essere un dio o un demone, è solo una tua scelta”), aumentando così lo scarto tra i buoni e i cattivi. L’unica puntata in cui si accenna a qualcosa di simile è una delle migliori, quella in cui Actarus scopre che i mostri spaziali che lui combatte sono costruiti utilizzando il cervello degli abitanti di Fleed, in particolare del fratello di una sua amica. L’eroe, nella stessa puntata, viene anche accusato di avere abbandonato il suo pianeta per salvarsi. Purtroppo il dilemma non solo non viene risolto con soddisfazione, ma viene anche ignorato nel resto della serie.

    Nel complesso, quindi si tratta di una serie che affianca ad alcuni punti di innegabile interesse numerose banalità e occasioni perdute. Non è un cattivo prodotto, ma è chiaro che la popolarità di cui gode in Italia, ora come trent’anni fa, deriva solo dal fatto di essere il primo robottone giunto da queste parti, e null’altro.

    E infine, per concludere questa inconcludente rassegna e per premiare (punire?) chi mi ha letto finora, una curiosità che mi ha tormentato per tutta la visione: Actarus è della seconda o della quarta? Fa Actarus-Actari o Actarus-Actarus?

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