Quando faccio i post sulle chiavi di ricerca, ovviamente prediligo quelle più curiose, improbabili e imbecilli, tralasciando le più comuni che di solito sono più prevedibili e meno interessanti. La maggior parte dei “navigatori” (ci libereremo mai di questo termine così idiota?) approda infatti cercando “auguri spiritosi”, “tema primo giorno di scuola”, “herr Starr”, “cartina muta riscrivibile”, “lupin castellina pasi” (ognuno con le sue varianti) e, bontà loro, “xxmiglia”. Tutto questo mi torna abbastanza, anche se non pensavo che le cartine mute riscrivibili fossero ancora così popolari nel 2010. E’ invece un’altra l’espressione abbastanza frequente che mi lascia più perplesso: “le cose che vorrei fare”. E che, lo chiedi a me? Se non lo sai tu! Non è una delle chiavi più comuni, per carità, ma almeno una volta ogni 2-3 giorni sbuca, e mi lascia puzzlato.
Ma quindi, cosa cercano questi signori? Si tratta di persone annoiate alla caccia di spunti? Oppure è una variante del tema “cosa voglio fare da grande”? O magari un modo per prepararsi alla domanda “cosa vorresti fare?” in occasione di un primo appuntamento?

In una gara di pesca, vince Ugo il Re del Judo o il Fichissimo del Baseball?
Quand’ero alle elementari, ad Alassio in inverno arrivavano le giostre. Arrivavano in Piazza Partigiani, allora un parcheggio a cielo aperto e adesso un parcheggio sotterraneo, arrivavano di solito per il ponte dell’8 dicembre e rimanevano fino a marzo o giù di lì. La piazza si animava di una varietà di intrattenimenti da mozzare il fiato (per un bambino di paese di 8 anni, va da sé): la sala-giochi semovente dove ho visto per la prima volta Dragon’s Lair, i dischi volanti, gli autoscontri, il punching-ball che ti dice “Ehi poppante, ritorna dalla mamma!” se sei scarso, persino la giostra dei bambini piccoli dove devi prendere il fiocco e dove il non plus ultra è stare su Goldrake. Non c’era invece il calcinculo, per qualche ragione che mai mi spiegai.
Io e i miei compagnucci ogni tanto bazzicavamo in zona giostre, anche se, per mancanza di danari nostri, ben raramente avevamo il privilegio di starci sopra. Finiva che, quando in zona, stavamo lì a guardarci intorno ed esplorare tutta quella roba strana, piena di luci e vagamente magica. In particolare, rifocalizzandoci sulla giostra dei bambini, dietro l’edicola del bigliettaio era rimasto attaccato il rimorchio del camion che trasportava quel mondo di balocchi. Su quel rimorchio campeggiava la scritta Veiculo longo.
Tale segnalazione mi faceva ridere perché erano invertite due vocali, e quindi pensavo che sicuramente doveva essere una delle due: a) qualche fessacchiotto si è sbagliato perché non è stato attento quando la sua maestra ha spiegato le vocali, ah ah che asino, oppure b) qualche buontempone ha spostato le due lettere, o addirittura solo il cappuccetto superiore della U in modo da farla diventare O, in modo da farmi ridere. Perché, va da sé, non era solo il supposto errore a far sghignazzare, ma anche e soprattutto il fatto che ci fosse scritto “culo”. Ah, ah, ha detto culo!
In seguito, ho però notato che la famigerata scritta è abbastanza diffusa in molti camion, soprattutto sui TIR, e mi è anche sovvenuto che probabilmente in spagnuolo “veicolo lungo” si dice “veiculo longo”, quindi si tratta semplicemente di un modo per adempiere al codice della strada iberico. E’ così?
(dovrei aggiungere la scimmia “domanda pretestuosa” quando ne metto una solo per condire uno sproloquio, nevvero?)
Avete mai provato a partire in quarta? Io sì, una volta con la mia gloriosa 126. Sfrizionando un sacco alla fine ci sono riuscito, ma è una partenza leeeeenta leeeeeenta. Quella povera macchinetta faticava a tenere la quarta sotto i 60 km/h, figurati partirci! Una volta, l’unica volta che l’ho portata in autostrada, le ho fatto fare i 110 km/h, sempre in quarta! La quinta poi non c’era nemmeno, povera stella.
Ma torniamo a noi: perché diamine si dice partire in quarta per indicare metaforicamente una partenza veloce quando, anche con automobili meno scarcassetta della 126, con una manovra così astuta si parte molto più lentamente?
E’ un fatto noto che ogni dirigente del WWF, nel proprio pacco natalizio, riceve un pacchetto di denti di squalo canditi, un sacco di patate di Sfruz (tuberi), un tutù di peli di uomo di Neanderthal e sessantuno piume di dodo, prese fresche fresche dall’allevamento di dodi di Walter Willy Fog (l’imperatore del WWF). I beni di consumo vengono consumati, per le piume di dodo ci sono un sacco di usi intelligenti…ma cosa se ne fanno di tutti quei tutù?
E’ veramente cosa buona e buffa, nostro piacere e fonte di gaiezza ricordare l’espressione “Giacomo giacomo” riferita alle ginocchia che tremano per la stanchezza, per la paura o perché Platinette vi si è seduta in testa. Quale sia l’origine del grazioso detto è invero un mistero, ma suppongo che qualcuno meno pigro di me possa fare una ricerchina su Google e risolverlo prima che si possa dire “Tetraedralizzazione”. Il vero mistero, e cagione della scimmia con la cacca in mano che staziona qua a fianco, è se esiste un modo di dire più buffo. Secondo me no.


