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  • Momenti di umorismo parte II

    Eppure, in effetti, conosco una barzelletta peggiore della pipa e del bocchino. Signore e signori, mettetevi comodi, ve la racconto come la raccontò Simone G. a metà anni ’80, in una memorabile estate a Sassello.

    C’è una signora che va sempre in giro senza mutande e ha un cane che si chiama "Comè". Un giorno non riesce a trovare Comè e così gira per la città gridando "Comè? Comè?", ma non lo trova. Alla fine, visto che non lo trova, si mette sopra un tombino a gambe larghe e dice "Comè?" e il tizio che era dentro il tombino: (ammiccando) "Pelosa!"

    Analizziamo i vari elementi improbabili della barzelletta:
    1) Primo e più importante, "Comè" è un nome irrealistico per un cane (o per qualunque cosa che possa avere un nome), tanto che appare evidente che ci sarà un calembour con l’espressione omofona "com’è". Le premesse quindi vengono poste su basi troppo fragili, già contaminate dalla previsione di ciò che accadrà.
    2) Donne che vanno in giro senza mutande ce ne sono, magari ce ne sono di meno che vanno in giro senza mutande indossando la gonna (cosa che è implicita nella meccanica del tombino). A parziale discolpa della storiella, forse la versione originale prevedeva che il cane scappasse mentre, ad esempio, la padrona di Comè faceva la doccia, e quindi la sventurata era costratta ad uscire con l’accappatoio. Però a me Simone l’ha raccontata così.
    3) Non si capisce perché Comè dovesse essere andato proprio in un tombino, ma si può immaginare che chi cerca un animale ed è disperato perché non lo trova, possa andare a guardare anche nei posti più improbabili. Anche qui, se io fossi l’autore di questa barzelletta, giustificherei la presenza con qualche espediente: ad esempio, Comè che abbaia dal sottosuolo. Simone era uno scout convinto, forse era troppo impegnato ad arrostire toffolette per considerare queste finezze. In ogni caso nessuno, dovendo guardare in un tombino, si mette sopra a gambe larghe, ma osserva da un lato, magari chinandosi. La posa innaturale è un particolare grottesco.
    4) L’omino dentro il tombino. È tanto un luogo comune quanto è improbabile che dentro un tombino ci sia qualcuno, soprattutto in Italia dove sono molto rare le gallerie sotterranee e i tombini di solito sono solo dei pozzetti. Tuttavia, i cliché per definizione sono errati ma accettabili dal punto di vista della percezione comune: tutto questo non va a gloria dell’autore della barzelletta, ma concedo che non sia considerato assurdo.
    5) Infine, l’immancabile aspetto pruriginoso. In questo caso mi ha sempre lasciato perplesso il fatto che, implicitamente, l’omino del tombino esprimesse apprezzamento perché la vulva di cui gode la visione sia "pelosa". I comuni canoni estetici prevedono che un eccesso di, ehm, "boschetto" sia disdicevole, anche se la depilazione completa non piace a molti. La mia ipotesi, a questo proposito, deriva dal fatto che la barzelletta mi sia stata raccontata quando avevo intorno ai 10 anni, e a quei tempi la peluria pubica rappresenta una caratteristica di cui si è privi, e, in quanto tale, desiderabile. Oppure i canoni estetici del 1984 erano differenti, o ancora l’autore della barzelletta credeva nel detto "donna peluta, sempre piaciuta".
    6) E, ovviamente, la barzelletta non fa ridere nemmeno di striscio. Ma questo lo davo per scontato.

    Sappiate quindi che quando qualche mio conoscente, in vena di giovanilismo, mi apostrofa con "Com’è?" per dire "Come va?" io rispondo immancabilmente: "Pelosa".