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  • Misteri della vita CXI: Cercatori indecisi

    Quando faccio i post sulle chiavi di ricerca, ovviamente prediligo quelle più curiose, improbabili e imbecilli, tralasciando le più comuni che di solito sono più prevedibili e meno interessanti. La maggior parte dei “navigatori” (ci libereremo mai di questo termine così idiota?) approda infatti cercando “auguri spiritosi”, “tema primo giorno di scuola”, “herr Starr”, “cartina muta riscrivibile”, “lupin castellina pasi” (ognuno con le sue varianti) e, bontà loro, “xxmiglia”. Tutto questo mi torna abbastanza, anche se non pensavo che le cartine mute riscrivibili fossero ancora così popolari nel 2010. E’ invece un’altra l’espressione abbastanza frequente che mi lascia più perplesso: “le cose che vorrei fare”. E che, lo chiedi a me? Se non lo sai tu! Non è una delle chiavi più comuni, per carità, ma almeno una volta ogni 2-3 giorni sbuca, e mi lascia puzzlato.

    Ma quindi, cosa cercano questi signori? Si tratta di persone annoiate alla caccia di spunti? Oppure è una variante del tema “cosa voglio fare da grande”? O magari un modo per prepararsi alla domanda “cosa vorresti fare?” in occasione di un primo appuntamento?

    Evviva l’Italia!

    Vi ricordate delle mie avventure da Giovane Calciatore Stasso de’ Stassis? No, eh? Dateci un ripassino, sussultate per l’indignazione e poi tornate qua. Ci siete? Avete sussultato? Bene, riprendiamo il discorso. Ad un certo punto, nell’inverno 1984/1985, venne organizzato un torneo interno alla società Alassio F.C. (o Alassio Associazione Calcio, o Alassio Cricket & Football Club, ne ignoro la ragione sociale e lascio il compito ai volonterosi di documentarsi), torneo che era malefico per due aspetti differenti.

    Il primo, per le intromissioni della Chiesa all’interno di una società (di calcio) laica. Detto torneo, infatti, si svolgeva nel quartiere di Alassio chiamato la Fenarina, in un campetto di terra battuta accanto a una chiesa. Le partite si svolgevano di domenica mattina, e per potervi partecipare era obbligatorio assistere alla messa. “Bella forza”, direte voi, “il campo probabilmente apparteneva alla parrocchia e quindi aveva pieno di diritto di dettare le regole per il suo uso!”. Giusto, se non fosse che, ammesso e non concesso che sia corretto che una parrocchia possegga un campo da calcio (se ne parla nel concordato?), il punto è che comunque la partecipazione al torneo era promossa e incoraggiata (poteva persino essere obbligatoria, non ricordo, chissà!) dall’Alassio come squadra. Ai tempi non ci facevo neanche caso, intanto andavo a messa lo stesso, ma a posteriori mi fa inveire. Invettive.

    Il secondo è, a ripensarci, assai paradossale. Le squadre in cui erano stato divisi i ragazzi dell’Alassio prendevano il nome da un certo insieme di squadre nazionali. Praticamente, invece di chiamarci squadra A, B, C o simili, c’era il Brasile, c’era la Germania, c’era l’Argentina, c’era la Spagna (in cui militavo io), c’erano altre squadre che ho rimosso, e c’era l’Italia. In un impeto di patriottismo che più miope non si può, chi aveva composto le formazioni aveva messo nell’Italia tutti i ragazzi più bravi, senza eccezioni. Il torneo, quindi era stato a senso unico con l’Italia che vinceva a mani basse tutte le partite. Ora, io mi chiedo cosa passi per la testa ad un allenatore che fa una scelta del genere: è solo questione di bieco patriottismo? Di replicare la vittoria al mondiale spagnolo appena passata? La sensazione di potere di forgiare un’altra vittoria dell’Italia, come Bearzot ma con dei ragazzini? Bisogna essere ben scemi, eh!
    Per il resto il Brasile era anche abbastanza forte, le altre squadre erano più o meno tutte uguali, tranne la mia che era decisamente più scarsa e sfigata: non avevamo nemmeno il portiere e ce ne veniva prestato uno a caso da un’altra squadra in occasione di ogni partita. Vivemmo solo il nostro momento di gloria nella partita contro l’Italia: alla fine del primo tempo vincevamo 3-1 e il pubblico rumoreggiava “L’Italia perde 3-1 contro la Spagna!”, ma purtroppo poi la partita finì 4-3 per gli azzurri. Fortuna imperatrix mundi.

    E comunque, nel 2010, la Spagna vince i mondiali, sicuramente perché io ci militavo un quarto di secolo prima.

    Pinguini in cucina III: Spaghetti alla cremagliera

    golosino_spaghetti.jpgAlla cremagliera? E come saranno mai? E che relazione ci sarà con un ingranaggio lineare, piano o ad asta, che assieme ad una ruota dentata viene utilizzato in meccanica per convertire il moto rotatorio  in moto lineare continuo o viceversa? Leggete oltre e lo scoprirete!

    I pomposissimi spaghetti alla cremagliera non sono altro che spaghetti con olio, acciughe e briciole di pane, e ovviamente non c’è nessuna relazione con l’ingranaggio lineare etc. Però mi mancava un nome sintetico per questo piatto, e invece che descriverlo con la lista dei suoi ingredienti ho deciso di battezzarlo con un nome a caso che suonasse bene(*). Come potete immaginare, è un piatto semplice e povero, ma ricco di gusto e di calorie (i Pinguini in Cucina non proporranno mai piatti dietetici, siatene certi!) e, soprattutto, autarchico.

    (*) Avrei potuto azzardare forse “spaghetti alla Pollicino pescatore”, ma suona un po’ scemino e privo della sussiegosità del nome che ho scelto. La so proprio lunga!

    Nella foto, a Golosino gli spaghetti alla cremagliera non sono piaciuti.

    Prepararsi

    Dopo un piatto messicano e uno francese, e in attesa di quello cinese che tutti attendono ma che io centellino, finalmente propongo un piatto italiano. Quindi, per festeggiare il Belpaese, dovreste:

    No, dai, seriamente: il Belpaese no, sa di plastica. Vi serviranno invece i seguenti ingredienti, questi per sul serio:

    E l’attrezzatura:

    Nota bene: non l’ho mai detto esplicitamente, ma ingredienti e attrezzatura devono essere nuovi per ogni ricetta, compresi i fornelli, ma non il grembiule. Quello dev’essere sempre lo stesso.

    Cucinare

    Se sapete già come si fa la pasta, questo sarà il piatto più facile di Pinguini in Cucina. Se non lo sapete, invece, oltre ad avere la disapprovazione di tutto il pubblico ed essere radiato dall’albo degli italiani, sarà più laborioso, perché non posso mica insegnarvi quanto sale ci va (12 grammi ogni litro d’acqua), come buttare gli spaghetti (gli integralisti dicono di non spezzarli, io me ne frego e spezzo) o come girarli (appena buttata la pasta perché non attacchi, dopo non serve più) o come scolarli (rovesciando la pentola sopra uno scolapasta messo in un lavandino) o quando sono cotti (dopo il numero di minuti indicato sulla confezione, ma per i piatti come questo che vengono ripassati in padella è meglio tirarli via un minutino prima). Per queste cose ci va un minimo di esperienza, non posso mica dirvelo io! Vi dirò invece i seguenti passi:

    1) Indossate il grembiule e mettete a bollire l’acqua per la pasta. Mettete il sale subito, dai, non fate quelli che “così bolle prima”. Ne abbiamo già parlato. Coprite invece col coperchio, ci mette parecchio di meno a bollire.

    2) Mentre l’acqua si scalda, prendete la padella, e fateci sciogliere le acciughe. Per compiere quest’operazione che ha del miracoloso, metteteci una certa quantità d’olio (diciamo sufficiente a coprire la superficie della padella, ma che rimanga poco più di un velo) e le acciughe. A fuoco medio-basso, spezzettate i simpatici pescetti col cucchiaio di legno e vedrete che, come per magia, pian piano si scioglieranno. Io rimango sempre incantato di fronte a questo spettacolo. Quando sono sciolte, spegnete il fuoco, ma lasciate la bottiglia dell’olio accanto alla padella. Vi servirà, eccome se vi servirà!

    3) Accendete il forno o il tostapane, ma attendete a metterci dentro il pane. L’acqua bolle? Bene, buttate la pasta, giratela e subito dopo mettete a tostare il pane. Quest’ultimo dovrà risultare bello croccante ma non bruciato, quindi tenetelo d’occhio.

    4) Ora viene il bello. Scolate la pasta (come detto sopra, un po’ più al dente di quanto siate usi fare e riversatela in padella. Alzate il fuoco, e iniziate a sbriciolare a mano il pane. Sì, a mano, le briciole devono essere irregolari: concedevene alcune parecchio grosse, meritano. Usate pure sia la crosta che la mollica, in proporzioni secondo il vostro gusto. Contemporaneamente girate la pasta, e aggiungete olio. Il pane si “mangerà” una tonnellata di olio, quindi dovrete metterne ancora. E’ questo il segreto calorico degli Spaghetti alla Cremagliera, il fatto che ci sono un sacco di grassi ma non sembra. Quando tutto vi pare pregno d’olio, togliete dal fuoco. Guardandola, vi sembrerà che manchi qualcosa: sì, aggiungete ancora un po’ d’olio a crudo. Ci sta bene.

    Facile, no?

    Mangiare, bere, varianti e impatto anale

    Servite in tavola con la padella, fa allegria. Occhio però che, come tutti i piatti a base di spaghetti che siano ben conditi, è facilissimo sporcarsi, quindi non fate i fighi col tovagliolo sulle ginocchia, vi ritroverete con una patacca gigante sulla camicia rosa. Potete tenere il grembiule, oppure, ancora meglio, indossare il tovagliolo come Poldo Sbaffini legandolo dietro il collo. Per quanto riguarda il vino, è palese che si tratti di un piatto che si accompagna a un bianco, magari un po’ deciso. Per campanilismo, non posso non suggerire un Pigato.

    Ora, se parlate di questo piatto in giro, ci sarà chi dice è meglio con altri ingredienti. Troverete chi suggerisce il pangrattato, e voi li guarderete con compatimento perché non sanno cosa si perdono coi bricioloni imbevuti d’olio; chi asserisce che ci sta il prezzemolo, e voi sbufferete dicendo che magari sì, però è inutile; infine, e sono i più numerosi e i più malvagi, ci saranno coloro che sosterranno la necessità dell’aglio. Questi ultimi li prenderete a cartoni in faccia per la loro impudenza. Mi sembrano invece alternative sperimentabili (ma non sperimentate da me in prima persona) l’aggiunta di pinoli, o di formaggio grattato nel piatto, o una spolveratina di pepe o di peperoncino. Tra le tre, i pinoli è quella che mi ispira di più.

    L’impatto anale è basso. Il piatto si digerisce bene, magari fa venire un pochino di sete ma intanto avete il vostro Pigato bello fresco, non dà alito cattivo (se non l’avete già per gli affari vostri) e la cacca sarà perfettamente normale, forse solo leggermente più facile per le quantità di olio che avrete usato. Ottimo piatto quindi per stupire la vostra futura dolce metà al primo appuntamento con le vostre doti culinarie: basta che vi ricordiate di mettervi il tovagliolo sulla camicia rosa.

    Un buon appetito autarchico!

    Vasco, ovvero due generazioni di cantanti trasgressivi a confronto

    Oggi, nel magico mondo di Odia gli stupidi (che ormai da tempo non parla più di sigle di cartoni, ma credo che chiunque non sia un forumista di SigleTV se ne farà una ragione) tratteremo la canzone Vasco di Jovanotti. Gulp. Un minimo di contesto per chi non c’era: Jovanotti, in arte Lorenzo Cherubini, che ormai da una quindicina d’anni si spaccia per una persona seria, ha esordito nel 1988 con un album e qualche singolo di pseudo-rap. Cantava in inglese pezzi del calibro di Gimme Five, Gimme Five 2  e Go Jovanotti Go. L’anno successivo, come tappa obbligata di ogni cantante come si deve, si propose a Sanremo con un brano ambiguamente chiamato Vasco. Nella serata d’esordio scivolò sui fiori e comunque non vinse, arrivando quinto: di fronte alla corrazzata Oxa/Leali, a Toto Cutugno e ad Albano e Romina non c’era niente da fare. Se volete scandalizzarvi, sappiate che quell’anno c’era Mia Martini con Almeno tu nell’universo che arrivò nona. Arricchivano il cast anche Renato Carosone che arrivò quattordicesimo con ‘Na canzuncella doce doce, Raf con Cosa resterà di questi anni ‘80? (*) che finì quindicesimo e financo Francesco Salvi e la sua Esatto che giunse settimo. Che edizione coi fiocchi! Beh, tutto chiaro? Partiamo!

    (*) Il commento pressoché uniforme di tutti i giornalisti e critici al pezzo di Raf era “Di sicuro non questa canzone!”. Il brano fa cagare, ma invece lo ricordano ancora tutti. Tiè!

    Vai così, è una figata perché una storia così non c’è mai stata
    che ci ammazziamo, ci divertiamo, facciamo i scemi
    e qualche volta pensiamo

    Nel 1989 ogni tanto leggevo Oggi, rivista perbene filosabauda comprata da mia nonna.  Le settimane prima di Sanremo, che per il pubblico oggesco era un appuntamento di gran rilievo, venivano analizzati i testi delle canzoni, in attesa di poter finalmente ascoltare i pregevoli brani. Una sorta di Odia gli stupidi in nuce, se volete. Il giornalista, su Vasco, ebbe da dire: “E’ incomprensibile come la commissione censura di Sanremo abbia lasciato passare termini come figata e sputtanare (nei versi seguenti NdXX)”. In effetti sono un po’ turbato da questa parola che non voglio ripetere per decenza, ma sono ancora più turbato da quel “noi”. Mi spiego: intorno a Jovanotti era stato creato da Cecchetto una sorta di movimento markettaro-festaiolo, una granfaloon come ce ne sono pochi: è questo ciò a cui si riferisce L.C. con “figata” e “storia”. Il denominatore comune a quel “noi” era “divertirsi”, che nel senso del Jovanottismo era andare in discoteca, o come dice lui “ammazzarsi, divertirsi, fare i scemi e qualche volta penzare” (sic). Mi ha sempre disturbato l’ipocrisia di quest’ultimo verbo, e non solo per la z al posto della s nella pronuncia di Jovanotti: in realtà non si riferisce tanto a”filosofeggiare” o chissà che, ma più prosaicamente a “non esagerare con lo sballo”. Seguono maggiori dettagli sul concetto.

    non c’è problema, no, è tutto OK
    Numero Uno, faccio quello che farei
    E quando torni facciamo festa senza nessuno che ci lasci la testa

    Il “penziamo” di prima suona ancora più stonato con i due versi successivi: va tutto bene, io faccio quello che mi pare. Ma! Attenzione! Arriva il tema della canzone: senza nessuno che ci lasci la testa. Cioè: va bene divertirsi, ma facciamo i bravi, “penziamo”, cioè; non viene mai detto esplicitamente, ma Vasco è una canzone contro la droga. L’unica possibile spiegazione di questa reticenza (se vogliamo escludere un intento artistico, cosa che mi sento di fare) la possiamo trovare nel ritornello e nella sua contestualizzazione.

    No, Vasco ! No, Vasco, io non ci casco
    per quelli che alla notte ritornano alle tre
    No, Vasco ! No, Vasco, io non ci casco
    per quelli come te, per quelli come me

    Vasco. A chi pensate quanto sentite questo nome, soprattutto nel contesto della musica italiana? Vasco de Gama? Vasco Gonçalves? Vasco Pratolini? Magari sì, so che siete un po’ scemi, ma mi permetto di credere che più probabilmente vi  verrà in mente Vasco Rossi, noto cantante e noto tossicomane. E’ quindi iperevidente che il succo della canzone è: “Io voglio divertirmi e riconosco Vasco Rossi come uno dei miei miti, ma non voglio djrogarmi perché questo è male”. Tutto facile,no? No! Jovanotti e il suo entourage negavano con insistenza e pazienza che la canzone fosse riferita a Rossi. Probabilmente era una questione legale, per evitare querele da parte del tossicodipendente in questione (anche se, tra tutti i suoi difetti - che sono tanti! -, non mi pare abbia quello di fare causa a destra e a manca), ma allora si poteva nasconderela cosa un po’ meglio magari cambiando nome (anche se poi non faceva rima con “casco”, sono problemi…). Quindi, ufficialmente Vasco non parla di Vasco Rossi.
    Se la trasgressione più grande, quella della djroga, è vietata ai giovani d’oggi (cioè, di vent’anni fa…), Jovanotti però ne fa di altre più blande ma più adatte a un pubblico sanremasco-italiaunoesco (Jovanotti è un prodotto di Deejay Television, ai tempi su Italia 1): oltre a dire le parolacce come la già citata “figata” del primo verso, qua i giovani vengono presentati come zuzzurelloni perché tornano alle tre, seconda Blanda Trasgressione. Che poi al giorno d’oggi è l’ora in cui si entra in discoteca, e già solo tre anni dopo gli 883 gorgheggiavano: “quando torni a casa alle sei, s’inkazza” (ancora più trasgressivo perché usa la “k”. Ma agli 883 arriveremo un’altra volta…).


    Oh, mamma stasera esco prendo la moto, sì, ma senza casco
    Andiamo in centro, viene anche Vasco
    torno tardissimo, fuori fa fresco
    sì che sto attento, io son mica matto, è tutto a posto, vai !
    Tu vai a letto, tu e le tue amiche m’avete rotto
    Siete voi, siete voi che avete capito tutto

    Secondo verso, una serie di Blande Trasgressioni da paura: il giovane d’oggi va in moto e per di più senza casco (nel 1989 era facoltativo per i maggiorenni. Bravi fessi, credo sia meno rischiosa l’eroina!); il giovane d’oggi va in centro, luogo di perdizione; il giovane d’oggi torna tardi e se ne frega persino delle condizioni atmosferiche; il giovane d’oggi, infine, nella più grande delle Blande Trasgressioni, non ha rispetto per gli anziani, ed è persino sarcastico nei confronti dei genitori. Ma che fine faremo. Contemporaneamente, però, viene ribadito il fatto che la trasgressione è “sicura”…il che, non è difficile intuirlo, è una contraddizione in termini. Infatti la mamma è preoccupata, ci ha proprio ragione!
    Mi piace però, nonostante tutto, il riferimento “viene anche Vasco”, che secondo me non significa tanto che Vasco è uno del gruppo, ma piuttosto che  i giovani d’oggi se lo portano dietro come una sorta di bagaglio culturale sottinteso.


    No, Vasco ! No, Vasco ! …
    E invece Vasco questa sera non c’è
    chissà perché fratello ce l’hai con me
    Oh, dimmi con chi sei, da un po’ non ci sei mai
    Vasco, tu sei noi, non ci sputtanare, dai !

    Dopo il secondo ritornello, Cherubini Lorenzo si rivolge a due interlocutori immaginari: gli organizzatori di Sanremo e Vasco stesso. La prima è un po’ imbarazzante: non è che a Sanremo non vogliono Vasco Rossi perché sono troppo bacchettoni per ospitare un drogato, tantopiù che sicuramente ce ne sono tantissimi altri meno plateali del cantautore emiliano, ma perché a quest’ultimo non conviene andare a Sanremo. Che ci va a fare uno che riempie gli stadi, perché dovrebbe mettersi in gioco? E la cosa peggiora se estendiamo il concetto di “Vasco” a “i giovani d’oggi che sono rappresentati da Vasco Rossi in quanto eroe”: razza di fesso, sei lì, perché dici che non ci sei?!? E se ce l’abbiamo con te (scusate, mi sono immedesimato nel manager sanremese) avremo anche le nostre buone ragioni!
    L’apostrofe a Vasco ripete il concetto già ben chiarito: Vasco è uno di noi, ma ha preso una brutta strada e in quanto tale getta fango su tutto il movimento dei giovani d’oggi. Tutto questo è intollerabile! Bisogna per forza dire una parolaccia!

    No, Vasco ! No, Vasco, io non ci casco
    Perché io non mi fido di chi non suda mai
    No, Vasco ! No, Vasco che mica ci facciamo tradire dai guai…
    Sudi o no? Sudi o no?

    Il concetto di “sudare” dovrebbe dividere i giovani d’oggi dai matusa: suppongo che la contrapposizione immaginaria sia tra un tipo che si scatena in discoteca e un signore in giacca e cravatta che lo guarda con disprezzo. Quello però che Jovanotti non dice è che in discoteca se non sudi è meglio perché aumenti le probabilità di rimorchiare, e che coi vestiti formali si suda un sacco.

    Il giovane Luca alle prese col malvagio professor Enzo

    Oggi sfoderiamo un po’ di rancore.

    Nel luglio 1989 partecipai alla mia prima vacanza studio in terra anglofona, per la precisione a Nottingham, nel centro dell’Inghilterra, con soggiorno presso una famiglia. Non fu un’esperienza molto felice: un po’ ero troppo babanotto per poter godermi l’esperienza, un po’ la compagnia non era un granché, un po’ la città la ricordo come bruttina.  E soprattutto la spedizione era guidata dal professor Enzo.

    Curiosamente ho rimosso il cognome di questo malefico signore, ma ho davvero un pessimo ricordo di lui come persona e come insegnante. La vacanza era organizzata dal Don Bosco di Alassio, istituto che è noto per cercare di inquadrare i ragazzi in modo molto preciso per mantenerne il controllo: ad esempio vengono stabiliti i tempi di studio e si costringono i ragazzi a dedicare un tot di tempo a ogni materia: oggi dalle 14 alle 15 studiate latino, e non importa se sapete già la lezione, al massimo fissate il vuoto, e pazienza se non imparate a gestirvi e maturate, l’importante è che sappiate la perifrastica passiva. Enzo si adattava perfettamente a questa filosofia. Era infatti molto scrupoloso nel controllare i movimenti di tutto l’entourage, arrivando a telefonare tutte le sere in ogni casa per verificare se fossimo usciti. Infatti, secondo le sue regole, non si poteva uscire se non col gruppo intero o al massimo con la famiglia ospitante. A chi era preso in fallo, spettava la temutissima Telefonata a Casa: Enzo prendeva e telefonava in Italia dicendo “Suo figlio è uscito!”. Per quanto mi riguarda, come dicevo, ero un po’ babanotto e poi la mia casa era un po’ fuori mano, quindi non mi ero neanche posto il problema di uscire, ma suppongo che se l’avessi fatto e fossi stato beccato, i miei avrebbero detto “Embe’? Se è uscito è perché aveva qualcosa da fare!”.

    Come tutti i capetti fascistelli, Enzo pretendeva che gli altri rispettassero le sue regole ma si riteneva al di sopra delle altre. Ad esempio, durante le lezioni, si metteva a fumare nonostante i divieti ben esposti nelle aule. A chi gli chiedeva spiegazioni, lui rispondeva scrollando le spalle: “Rules are done to be broken”, le regole sono fatte per essere infrante.
    Una sera, riportai alla mia famiglia ospitante questo comportamento, e li vidi stupitissimi. Non per la ribalderia del nostro supposto educatore, ma perché proprio non riuscivano a capire il senso della frase: le regole sono regole, che diamine! Non son mica fatte per essere infrante, devono essere rispettate! Era un po’ come se gli avessi detto qualcosa privo di senso come “ho messo un autobus nel panino per migliorare l’acustica della Lettonia”. Gli esterofili potranno interpretare il loro stupore come indizio dell’integrità dei popoli nordici che non riescono nemmeno a concepire l’idea di considerare le regole come spazzatura, mentre gli xenofobi sosterranno che in fondo è una battuta, e che l’onestà non dovrebbe pregiudicare la capacità di comprendere una gag, per quanto stupidina, e che quindi i popoli nordici sono un po’ duretti di comprendonio. Infine, i più malvagi potrebbero sostenere che fossero le mie scarse doti nella lingua d’Albione a compromettere la loro comprensione. Ma vi assicuro che non è così.

    E per concludere il ritratto di Enzo: la partenza per la Gran Bretagna avvenne da Nizza con Air France perché “Alitalia fa sempre scioperi”. Al ritorno ci fu uno sciopero improvviso e selvaggio di Air France che ci costrinse a stazionare in aeroporto per oltre sei ore. Ok, magari questa non è colpa sua, ma mi andava di infierire!

    Update: mi fanno notare che è più corretta l’espressione “Rules are MADE to be broken”, però sono abbastanza certo di aver sentito “done”. Potrebbe essere una quarta spiegazione alla perplessità dei nottinghamesi e un ulteriore indice dell’incompetenza di Enzo, oppure una conferma della mia scarsa memoria. Scegliete voi.

    Cinque puntate perdute di Holly e Benji

    Lo so, crediamo di averle viste tutte alla nausea le puntate della classica serie Holly e Benji due fuoriclasse (aka Captain Tsubasa aka Che Campioni Holly e Benji) : la prima, la seconda serie, gli OAV sulla nazionale e i remake.  Ma non è così: la tv non ci ha detto tutto. Solo i più informati, infatti, hanno visto cinque puntate perdute. E io mi picco di essere uno di essi. Degli informati, cioè.

    Il gemello perduto

    La Newteam incontra ancora una volta la Hot Dog dei gemelli Derrick, ma la aspetta una sorpresa: Jim Derrick, il terzo gemello che finora era stato in Germania a studiare per diventare ispettore. Lo stupore si muta in sconcerto quando Jason, James e Jim sfoderano il nuovo tiro speciale: il Panino al Wurstel, omaggio alla propria squadra. Si tratta di una variante della Catapulta Infernale, in cui Jason e James agganciano contemporaneamente Jim coi piedi e lo scagliano velocissimo in avanti, permettendogli di andare a segnare di piede o di testa. La potenza è tale che vengono sollevate zolle d’erba, al che James commenta asciugandosi il moccio col dito: “Che panino al wurstel è senza insalata?”. Holly, dopo un attimo di sconforto, trova la soluzione piazzandosi coraggiosamente di fronte a Jim quando sta per essere scagliato, facendo in modo di farsi fare fallo. “Coi wurstel ci vanno i crauti, non l’insalata!” è il suo commento dopo la rimonta e la vittoria.

    Rigore a porta vuota

    Nel girone eliminatorio  del Campionato Nazionale il sorteggio porta ancora una volta la Newteam di Holly Hutton e la Toho di Mark Lenders a confrontarsi. La partita finirà in un rocambolesco pareggio 3-3, quindi il primo posto nel girone verrà deciso dalla differenza reti. Entrambe le squadre devono ancora affrontare la Doner Kebab, ed entrambe si ritroveranno nella stessa situazione: viene assegnato un calcio di rigore alle due contendenti, e il portiere Peter Fries, spaventato dalla potenza di fuoco dei due numeri dieci, non osa mettersi in porta. Mark non avrà pietà e segnerà a porta vuota sfondando la rete, mentre Holly preferisce passare il pallone con dolcezza a Fries, per insegnargli che il pallone è il suo migliore amico. Come conseguenza sarà la Toho ad arrivare prima nel girone e la Newteam dovrà affrontare avversari assai più ostici nel suo cammino verso la finale.

    Il tiro ipnotico

    La Newteam affronta la Mandrake (pronunciato “Mandrache”), squadra nota per il famigerato “Tiro ipnotico” del capitano Gus Goldwing. Quest’ultimo è in grado di imprimere al pallone un tale effetto per cui tutti coloro che lo guardano rimangono paralizzati e impossibilitati a muoversi (durante l’ipnosi, ovviamente, ci sarà un florilegio di flashback). Il tiro è talmente efficace che nessun membro della Newteam è in grado di contrastarlo, e ogni azione di gioco si conclude con un gol. Per fortuna la Mandrake è assolutamente incapace in difesa, quindi i gol si accumulano fino all’incredibile risultato di 23-23. Allo scoccare dell’ultimo minuto, però, Bruce Harper ha un’idea: chiudere gli occhi quando il tiro viene scoccato. Giocando al buio e basandosi solo sul suono del pallone, Holly riuscirà a neutralizzare il Tiro Ipnotico e vincere 26-23.

    Il mistero della Mythos

    Anche la Flynet di Phillip Callaghan affronta un avversario inedito ed ostico: la Mythos, squadra famosa per essere particolarmente resistente. Nel secondo tempo, infatti, quando la fatica della partita si inizia a sentire, la Mythos è fresca come una rosa e, forte di un gioco basato sul movimento continuo dei giocatori, finisce per rimontare e fare polpette di tutti i suoi avversari. Il primo tempo finisce 2-0 per la Flynet, ma è nella ripresa che tutti sono col fiato sospeso: infatti la squadra di Hokkaido, nonostante la durezza dei suoi allenamenti nella neve, pian piano cede alla velocità e alla resistenza dei giocatori della Mythos e a pochi minuti dalla fine perde per 4-2. La manager della Flynet Mary Aircrosser, però, vedendo da vicino un avversario e notandone una cicatrice, ha un sospetto: si mette un paio di baffi finti e si introduce nello spogliatoio della Mythos dove scopre che questa squadra è composta da undici coppie di gemelli identici: un gemello gioca il primo tempo, mentre il secondo entra nella ripresa in modo da essere freschissimo. Mary corre, va dall’arbitro cercando di spiegargli la situazione ma a causa dei baffi finti non è riconosciuta dal direttore di gara, che fischia il termine dell’incontro ignorando le sue proteste. In seguito la situazione viene a galla, ma essendo ormai impossibile provare la condotta smargiassa della Mythos, la vittoria di quest’ultima viene confermata. Nel turno successivo, però, l’arbitro verificherà i giocatori mettendo loro dei braccialetti e la Mythos perderà con ignominia.

    A piedi nudi dalle isole

    E’ invece la Mambo di Julian Ross che affronta la Bossanova, proveniente da un’isola presso Okinawa. La Bossanova ha la caratteristica di giocare a piedi nudi: il regolamento del calcio per giovani virgulti infatti non richiede in Giappone l’uso di scarpe durante le partite. La grande sensibilità che deriva dal contatto diretto col pallone permette alla squadra del sud una grandissima precisione nei tiri, da cui deriva una strategia particolare e molto efficace, soprattutto contro la tattica del fuorigioco messa in atto dalla Mambo. Tutti i giocatori stanno in difesa, tranne le punte che stanno però sempre nella propria metà campo. Appena il pallone viene conquistato, viene scaraventato lontanissimo, verso la bandierina del calcio d’angolo, dove rimbalza e ritorna in mezzo all’area, con le suddette punte pronte a insaccare. L’incredibile strategia combinata alla strenua difesa della Bossanova la porteranno in vantaggio per 3-0. Ci vorrà tutta l’energia di Julian Ross (e un nuovo farmaco per il suo cuore malato sviluppato durante il secondo tempo dai Laboratori Eggfield) per ribaltare il risultato e vincere ai rigori.

    (Tsuzuku?)

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