Nella prima lezione di latino al liceo, nel settembre 1988, la professoressa si sentì in dovere di dirci:
A cosa serve studiare il latino? Serve a sapere meglio l’italiano. Inoltre è una lingua molto difficile, quindi studiarla rende l’apprendimento delle altre lingue molto più semplice.
Almeno non ha detto che “il latino apre la mente”. Innanzitutto, chiarisco un punto chiave: una cosa di cui sono profondamente convinto è che non sia necessario che ciò che si studia a scuola debba avere un utilizzo pratico, cioè “servire” a qualcosa. Penso che qualunque tipo di studio non puramente mnemonico renda le persone migliori fornendo abitudine a pensare e sviluppando un atteggiamento più critico nei confronti del mondo. Però, in questo caso, è la prof ad avere iniziato, e mi sento in dovere di ribattere. Vent’anni dopo.
L’enfasi che viene posta nell’insegnamento del latino nei licei italiani mi risulta un mistero. Non sono sufficientemente preparato in linguistica per capire se è vero che la conoscenza del latino migliori la conoscenza dell’italiano moderno; a naso direi di no, sono lingue troppo differenti e con strutture profondamente diverse. E’ invece vero che la cultura latina fa parte delle radici di quella italiana e conoscere gli autori latini è indispensabile per capire il pensiero dei maggiori scrittori italiani. Ma lo stesso vale per la Bibbia, e nessuno si sogna di far imparare l’aramaico per conoscere meglio Dante! Si possono studiare benissimo Virgilio e Seneca senza leggerli in lingua originale.
L’altra argomentazione mi pare ancora più debole. Il latino non è difficile di per sé, sono difficili gli autori che si studiano perché scrivono in modo ricercato. Sono convinto che studiare una lingua moderna complessa e aliena come può essere un idioma cinese o l’hindi o anche l’arabo “apra la mente” assai di più, e ha risvolti pratici che, nonostante quello che ho detto, male certamente non fanno.
Insomma, perché si studia il latino? Semplicemente perché Gentile era un vecchio barbogio?
Ho notato che poche cose mettono in disaccordo le persone come la ricetta degli spaghetti alla carbonara. Avete mai provato a fare una carbonara ad un gruppo di amici? Apriti cielo! Ognuno dice la sua, ed è convinto che la propria versione non solo sia la più buona, ma anche quella “giusta”, spesso suffragando la propria ipotesi con “E’ quella che c’è sul Cucchiaio d’Argento” o “I veri cuochi la fanno così”. In realtà non credo che ci sia nulla di più sbagliato del concetto di “ricetta giusta”, ognuno mangia i cibi preparati semplicemente come preferisce, ed è una regola sulla quale, nel complesso, la gente è d’accordo… tranne che per la carbonara.
Escludendo varianti a mio parare troppo snaturanti (la “carbonara con le zucchine al posto della pancetta” non è una carbonara, è pasta con uovo e zucchine!), quelle che ho registrato, finora, sono le seguenti:
- Con o senza panna
- Con o senza cipolla
- Con o senza aglio
- Uova intere o solo tuorlo
- “Strascicata” in padella o uova messe crude nella pentola
- Rigorosamente guanciale o pancetta qualunque
Che portano a 64 versioni di carbonara. Fino a poco tempo fa avrei detto 56, perché le 8 versioni con solo tuorlo, senza panna e strascicate in padella mi parevano senza senso (cos’è, pasta all’uovo sodo?!?), ma ho conosciuto di recente anche chi applica questa variante.
Ora sono pronto a tutto, c’è qualcuno che usa il peperoncino al posto del pepe? O che cuoce le uova nell’acqua insieme alla pasta? Stupitemi!
PS: la mia versione è no panna, no cipolla, no aglio, uova intere leggermente rappresein padella, pancetta a caso. E’ quella giusta, poche storie!
E infine, una rassegna di roba varia che ho visto e che ritengo che valga la pena di essere citata. In alcuni casi perché, pur non avendo vinto premi, sono meritevoli di citazione, in altri casi perché è roba talmente brutta o scema che è uopo tenersene alla larga, o deriderla, o tutti e due.
Dai lungometraggi:
Piano no mori (La foresta del piano) di Masayuki Kojima: lungometraggio giapponese, un bel polpettone shoonen, è interessante per la struttura che si innesta sugli anime sportivi (gioventù, rivalità, passione, talento, impegno…) per parlare di pianisti classici. Mancano solo le mosse speciali, per il resto sarebbe quasi indistinguibile da una versione impomatata di Holly e Benji. L’ho visto il lunedì mattina, prima visione dell’annata, ed è stato un buon inizio.
Moonbeam bear and his friends di Mike Maurus (Germania): al contrario, questo l’ho visto di venerdì, quando la settimana ormai scemava e si inizia a pagare qualche errore di programmazione delle visioni. Ci si ritrova ad affrontare quindi scelte in cui il meglio è la storia di un orsetto che amava molto la luna, tanto che la ospita a casa sua e la batte a dama. Credo di aver avuto un enorme gocciolone di sudore sulla nuca per tutta la proiezione, ma in fondo si tratta di un film nella tradizione teutonica pedagogica, ed è abbastanza tenero e apprezzabile da un bambino.
Dai cortometraggi in concorso:
Far away from Ural di Katariina Lillqvist (Finlandia): signori, il vincitore del premio “Corto molesto” dell’anno! Far away from Ural è un’infinita (almeno, secondo la percezione dello spettatore) accozzaglia di sgraziate metafore visive sulla guerra civile finlandese. Pur ammettendo che l’ignoranza sull’argomento possa avere inficiato la visione (prima di questo corto ignoravo che esistesse una guerra civile finlandese!), 25 minuti di signori con una valigia nel culo sono intollerabili. Purtroppo non sono riuscito a dormire.
Štyri (Quattro) di Ivana Sebestova (Slovacchia): lo schema è già stato visto: narrare la stessa storia da quattro punti di vista differenti, facendo in modo che ogni successiva ripetizione aggiunga qualche dettaglio e getti una nuova luce sulle precedenti. Non è un’idea nuova, certo, ma è sempre affascinante, e in più Styri è costruita in uno stile grafico particolarmente efficace, non lontano da Tamara de Lempicka. Speravo molto in un premio per questo lavoro.
Chainsaw di Dennis Tupicoff (Australia): un altro candidato del pubblico (cioè, mio) ad un premio, è questo lungo lavoro principalmente in rotoscopio. Chainsaw è una storia quasi alla Hemingway, di tori e toreri, di uomini virili che abbattono alberi, di tradimenti, di belle donne e di mezzuomini. Il rotoscopio lascia sempre un po’ di amaro in bocca, è una tecnica che appare paradossalmente un po’ artificiale, ma è un corto che si segue con piacere.
Kizi Mizi di Mariusz Wilczynski (Polonia): sembra quasi un corto polacco delle barzellette. Lungo oltre 20′, è un’incomprensibile storia di un gatto e di un topo, disegnata in maniera, ehm, “rudimentale” che mostra più volte le stesse situazioni, a volte con alcune variazioni e a volte no, il tutto con una musica stridente e volutamente fastidiosa. Eppure, contriariamente ai miei compagni di visione, non me la sento di candidare Kizi Mizi al premio “Corto Molesto” perché col proseguire della visione con la ripetizione di scene inizia ad assumere un ritmo avvolgente, quasi ipnotico. Non è un lavoro privo di interesse, benché sia assai ostico.
Paradise di Jesse Rosensweet (Canada): toh, il vecchio tema del libero arbitrio e della società opprimente che ci costringe in ruoli predefiniti! Paradise sfrutta una tecnica particolare, è costruito con pupazzetti metallici agganciati ad una base (credo che ci fosse una linea di giocattoli simili, in passato) che li fa scorrere, appunto, come se fossero delle rotaie in percorsi prestabiliti. Applicando la tecnica a un’ambientazione “marito che lavora, donna a casa” la metafora è evidente. Il finale è inoltre particolarmente pessimista.
Dai corti fuori concorso:
Corte eléctrico di Maria Arteaga (Colombia): segnalo questo lavoro colombiano, anche se alla fine non ho idea se mi sia piaciuto o meno. In un bel 3d pittorico, si narra la storia di un condominio moderno visto dal tipo che lava i vetri (per qualche strana ragione, un prestante figaccione). Ci sarà poi l’immancabile serial killer a dare un tocco di brivido. Corte eléctrico è ben disegnato, la narrazione è fluida e si segue con piacere, ma lascia una sensazione di “embè?” che è proprio fastidiosa.
Kodomo no keijihogaku di Koji Yamamura (Giappone): il nuovo lavoro dell’autore del pluripremiato Atama Yama non è passato in concorso principale, ed è proprio un peccato perché l’ho trovato migliore non solo di molti corti in concorso, ma forse anche dei precedenti lavori di Yamamura. Kodomo no keijihogaku, “Metafisica del bambino”, è una raccolta di brevissime scenette, ognuna delle quali rappresenta con una metafora visiva un tipico comportamento infantile. Non tutte sono immediatamente comprensibili (magari i bambini giapponesi funzionano in modo differente!), ma il corto, anche se disegnato in modo un po’ schematico, funziona.
Majakovsky - Drei Liebesgeschichten (Majakovsky - Tre lettere d’amore) di Svetlana Filippova (Germania): grazie a questo corto, abbiamo imparato che rappresentando eventi insignificanti della vita di un poeta in un film particolarmente brutto e molesto è possibile rovinare la fama del poeta stesso. Per me, ora Majakovsky è un pessimo poeta.
Ça ne rime a rien di Claude Duty (Francia): ah, che esperimento interessante! Lo stesso filmato, quasi completamente astratto, viene mostrato quattro o cinque volte, ogni volta con una musica differente. L’accostamento tra immagini e musica genera quindi ogni volta sensazioni completamente differenti, anche se le immagini sono proprio le stesse. Arte concettuale.
E ora, qualcosa di completamente diverso (dalla TV):
Rick and Steve the happiest gay couple in the world di Q. Allan Brocka (USA): una sit-com gay costruita animando i playmobil? Ha senso? Eccome se ne ha! Rick and Steve è spassosa, ricca di belle battute, con umorismo che passa dall’auto ironia del mondo gay all’humour nero alle più becere battute pecorecce, e tutto in puro stile sit-com, con ritmo e personaggi chiaramente definiti. Una scoperta davvero interessante.
Wanted di Woonki Kim (Corea del Sud): la vita in una cittadina coreana scorre normalmente, tra piccole antipatie, personaggi pittoreschi e la voglia di tirare avanti in un modo o nell’altro, quando una strega provoca una terribile inondazione (no, non è Angelina Jolie). Appare come una specie di favola, ma proseguendo la visione è chiaro che si parla di un vero tifone arrivato in Corea, con evidenti accuse a come sono stati gestiti gli aiuti da parte delle autorità. Questa contaminazione tra fiaba e realtà getta su Wanted una luce migliore di quello che sembra inizialmente.
Bytis: Lamsi and Anthony Evans di Thomas B. Edgar (GB): non credo di aver mai visto a un festival nulla di peggio di questo programma. Inconcepibile. Un pupazzetto di agnello, mosso probabilmente a mano, interagisce con un ospite reale come accadeva nel Muppets Show, ma senza battute lontamente degne, senza animazione lontamente passabile, senza un briciolo di gusto nei dialoghi. Quasi illuminante!
Torniamo ai corti, questa volta di scuola:
Straying Little Red Riding Hood di Pecoraped (Giappone): parodie di favole ne abbiam viste tante, anzi troppe, ma quando sono fatte con un gusto per la contaminazione, con un’evidente spirito surrealista (Rabbit è il paragone più immediato), con la follia che hanno solo i giapponesi quando ci si mettono, ben vengano!
Black Dog di Dong-rack Son (Corea del Sud): triste corto coreano di un cane randagio che vaga per le strade. Potrebbe essere quasi definito come neo-realista per l’intento e per il tono con cui è narrato, e anche se non proprio originale Black Dog è a modo suo ben realizzato. Curioso, i cani in animazione funzionano meglio dei gatti.
L’amour m’anime di Chloé Mazlo (Francia) l’autrice di questo corto si mette in piazza e racconta alcuni episodi della sua vita (in particolare, quella amorosa) utilizzando una pletora di diverse tecniche di animazione. L’animazione al tempo dei blog, certamente, ma l’effetto patchwork, con la sola unità della protagonista, genera un corto di indubbio interesse.
E infine qualcosa dai programmi speciali:
Maa-aa-aa! di Chetan Sharma (India): primo corto del programma dei corti indiani, ha sbalordito un po’ tutti. Che nel 2006 si facessero ancora imitazioni del Disney classico, animando rodovetri con animaletti buffi e canterini, è una sorpresa. Che invece i risultati siano così terribili, in fondo era prevedibile.
Une autre histoire du cinema: che spettacolo! Cortometraggi muti degli albori del cinema (di animazione e non), con sua maestà Serge Bromberg che li accompagna con un pianoforte a coda! Peccato che, ehm, la combinazione è letale per le mie cellule vegliatrici (ammesso che esista qualcosa di simile, ma pazienza) e ho ronfato pesantemente per quasi tutta la proiezione…
Barry Purves: E infine, un programma speciale per intiero, quello dedicato a Barry Purves. La mia strada non si era mai incrociata con quella di questo animatore britannico, e sono andato a vedere la sua monografia un po’ dubbioso. Amo poco le monografie, di solito stancano perché gli autori capaci di dire tante cose diverse e dirle per bene sono davvero pochi. Ebbene, Purves è uno di essi: anche quando narrano trame un po’ stupidine come il Rigoletto, i suoi corti sono spettacolari, fatti con marionette espressive e ambienti sontuosi.
Sì, è finita. A chi è arrivato in fondo, in omaggio una suoneria con un animaletto buffo che scorreggia.
Durante il periodo universitario sono andato pochissimo al cinema. In quei cinque anni dal 1993 al 1998 credo di aver visto meno di dieci film in sala, probabilmente solo i seguenti: Star Wars (riedizione del 1997), Il Ciclone, Independence Day, Ed Wood, Street Fighter II (sic), Mi sdoppio in quattro, e Sud, il film di Gabriele Salvatores. Sì, per gran parte film di merda.
L’ultimo film citato, Sud, è stato il primo a cui ho assistito in città, in un cinema che (che tempi, che more) è stato poi trasformato in sala Bingo, e lo vidi coi miei coinquilini del primo anno di università, il già citato Simone e l’inedito Salvatore. Verso tre quarti del film, la proiezione ebbe quello che pareva un incidente, e il quadro si spostò verso il basso, lasciando quindi visibile solo la parte superiore della pellicola. La cosa durò per qualche minuto, durante il quale il pubblico rumoreggiò. Mi rivolsi allora a Simone e gli sussurrai: “Certo che potrebbero fare qualcosa per risolvere il problema!” e lui mi sibilò: “Ma che problema! E’ un effetto voluto…tu non conosci il cinema di Salvatores!”. In effetti non conoscevo il cinema di Salvatores (era il primo film che vedevo di questo regista) e incassai la risposta. Poco dopo, la proiezione tornò normale.
Negli anni successivi ho visto altri film di Salvatores. Non tutti, ma parecchi, e comunque abbastanza per capire che il suo stile è privo di certi sperimentalismi (soprattutto se un po’ aridi, come sarebbe stato in questo caso), ma non ho più rivisto Sud e quindi non ho mai saputo per certo se Simone avesse ragione o meno. Cribbio.
Babbo Ferragosto: personaggio della mitologia cipriota che porta i regali ai bambini buoni durante l’estate. Babbo Ferragosto era tradizionalmente raffigurato come un simpatico vecchino con la tuba e le bretelle, fino a che la Coca-Cola Company, nel 1987, ha deciso di sfruttare il personaggio per lanciare una nuova linea della Sprite Green Bomb, al gusto trifoglio, ridisegnandolo come un uomo muscoloso e depilato vestito solo con un minuscolo slip verde. La Sprite Green Bomb suscitò però le ire degli animalisti, indignati poiché nella bevanda erano state rinvenute tracce di coniglietti, visto che per realizzarla venivano mietuti senza ritegno interi campi di trifoglio (di cui i graziosi animaletti sono ghiotti). Questa pesante accusa unita allo scarso appeal del suo testimonial posero in breve fine all’innovativa bevanda (così come, peraltro, alla leggenda di Babbo Ferragosto).
Omniculto: religione fondata da Demetrio Baccioni nel 1987. Demetrio era un uomo molto pio, ma ossessionato dall’idea di “sbagliare religione” e quindi di finire all’inferno per non aver seguito le prescrizioni esatte. Spese quindi diversi anni a passare da una religione all’altra, sempre insoddisfatto e dubbioso, finché un giorno trovò la soluzione ai suoi problemi: per essere certi di non sbagliare, è sufficiente seguire tutte le prescrizioni di tutti i culti contemporanemente. Da quest’idea nacque la religione chiamata Omniculto, secondo la quale sono giorni sacri il venerdì, il sabato e la domenica, non si può mangiare né maiale, né manzo né crostacei né bere alcolici, bisogna pregare cinque volte al giorno rivolti verso la Mecca, andare a messa la domenica, venerare gli antenati, e così via. Baccioni, in un colpo solo, è riuscito a farsi scomunicare, maledire o interdire da tutte le religioni del mondo, e quindi finirà sicuramente all’inferno.
Compasso di Cristo: secondo alcuni vangeli apocrifi, quando Gesù si trovò da solo nel deserto, non si difese dalle tentazioni del Diavolo con la sola forza di volontà, ma anche con un compasso donatogli anni prima da suo padre Giuseppe. Per mettere a tacere il Tentatore, egli gli conficcò infatti l’oggetto appuntito nella chiappa destra, facendolo fuggire a gambe levate. Secondo una versione poco diffusa della leggenda dei Frollini del Diavolo, anche San Boleto si servì di un compasso (forse lo stesso utilizzato da Cristo nel deserto) per punzecchiare il sedere di Satana dopo aver rifiutato i suoi garofani. Per questi motivi, è ancor oggi diffusa la consuetudine di regalare ai ragazzini, in occasione della Cresima, un compasso, con cui a livello simbolico essi si possono difendere dalle tentazioni e dal peccato.
E ora basta con le facezie, vi siete divertiti abbastanza: passiamo ad una serissima e precisa rassegna dei vincitori. La giuria quest’anno ha sorpreso distribuendo premi a corti che il mio entourage non aveva proprio preso in considerazione. Questo ovviamente non significa che il mio entourage sia fatto di incompetenti, diamine, ma piuttosto che la giuria è stata un po’ pazzerella e birichina. Giuro.
Iniziamo dagli ultra-minori. I films de command (prodotti fatti su commissione) ho smesso di vederli già da un po’, una volta reso
mi conto che mi ci facevo delle dormite inverosimili. Lo spot pubblicitario vincitore è stato Play-Doh, per la Sony Bravia (a sinistra), che hanno mostrato per intero e che in effetti è bello. A volte mi chiedo perché non vediamo mai gli spot migliori in Italia. Videoclip vincitore è stato invece Dry Clothes per gli Annuals, e il consueto ridicolo premio per il film educativo, scientifico o d’impresa (di solito ce ne sono due o tre in concorso) è andato a Factually Fun Idents X 9, della Bibigon. Sospetto che quest’ultimo premio venga dato come una sorta di incoraggiamento a far produrre questo tipo di film e quindi a trovare nuove fonti di finanziamento per l’animazione.
Altri premi minori che non ho visto sono quelli televisivi. Non ho un granché di metro di giudizio, avendo visto poco, ma Ombretta, che la tivù se la sciroppa sempre tutta dall’inizio alla fine, sostiene che ci fosse di meglio. Speciale TV vincitore è stato il tedesco Engel zu Fuss, premio speciale (ricordo qua una volta per tutte che “premio speciale” è un modo carino per dire “quello che è arrivato secondo”) alla serie TV per Talented Mouse, inglese, e Cristallo per Moot Moot “L’enfer de la mode” (a destra), che dallo spezzone visto pare una gustosa parodia del mondo della moda interpretato da pecore.
Come ho già detto, ho il cruccio di aver visto poco dei premi di scuola, però alla fine ho visto tre vincitori su sei. Il premio Canal+ Family, premio apparentemente minore ma di quelli che cacciano soldi, va a Oktapodi, Francia, di Julien Bocabeille, François-Xavier Chanioux, Olivier Delabarre, Thierry Marchand, Quentin Marmier, Emud Mokhberi (a sinistra. Oktapodi, non Mokhberi!), che è una rocambolesca storia d’amore tra polpi in una cittadina greca, realizzata in uno stile 3D di chiara impronta Gobélin.
I premio dei babanotti rincoglioniti “Prix du Jury Junior” va a Margot, Belgio, di Gerlando Infuso. E’ un prodotto belga nel senso più ampio e razzista del termine, abbastanza ben realizzato nelle sue marionetta ma molto noioso e mal narrato, tanto che me lo sono anche un po’ pisolato.
Passando ai premi della giuria, la menzione speciale è andata a Le voyageur, ancora belga, che non ho visto, di Johan Pollefort, mentre il premio speciale è andato a My Happy End, Germania, di Milen Vitanov, e questo l’ho visto e apprezzato
parecchio (a destra). Parla della relazione di amicizia di un cane con la propria coda, vista come se fosse un essere quasi indipendente. Graficamente è realizzato con un tipo particolare 3D che sta andando di moda e che ricorda molto il tradizionale disegno su carta. Pare paradossale, ma funziona, è divertente e commovente.
Vincitore è stato Camera Obscura, Francia, di Matthieu Buchalski, Jean-Michel Drechsler, Thierry Onillon. Non l’ho visto, ma il 3D in cui è stato realizzato appare stiloso ed elegante.
E ora passiamo ai pezzi più importanti, quelli di cui ho visto tutto. Lungometraggi, premio del pubblico: Die Drei Räuber,I tre ladroni (a sinistra). Non l’ho visto. D’oh. Beh, dai, mettetevi voi nei miei panni; non è facile aver voglia di vedere un film la cui descrizione recita: “In una notte fredda e buia, tre briganti fermano una carrozza alla ricerca d’oro, ma fanno piuttosto la conoscenza di Tiffany, la piccola orfanella”. Quando però qualcuno lo ha visto e ha iniziato a girare voce che fosse un film ganz-ganz, non son più riuscito a recuperarlo. Pazienza.
La menzione speciale per il lungo è andata a Plympton, col suo Idiots & Angels (a destra). Questo film, a dir la verità, non è mai stato considerato come uno dei favoriti, in parte per la sciocca argomentazione “Plympton ha già vinto più volte”, e in
parte perché, in effetti, tale film ha qualcosa che non va. Idiots & Angels parla di un uomo squallido e cattivo a cui nascono le ali e che si trasforma in angelo. Ha una cifra più seria del solito Plympton, anche se non manca un certo umorismo nero di fondo e qua e là di situazioni un po’ schifose (il vero marchio di fabbrica di Bill!), è completamente privo di dialoghi ma la cosa non disturba, è ambientato quasi tutto in un due luoghi precisi ma la mancanza di azione non è un problema. E’ difficile dire cosa non vada in Idiots & Angels, perché è un film che emoziona, diverte ed è ben realizzato; però l’alchimia, in qualche modo, non funziona.
Il vincitore è stato Sita sings the blues, di Nina Paley, e direi che indubbiamente il film merita la vittoria, per la sua
originalità e per la cura della realizzazione. Sita sings the blues si svolge su tre piani differenti: un piano autobiografico, in cui Nina Paley racconta di una storia finita male con un tipo, uno leggendario, in cui l’autrice reinterpreta l’epopea indiana del Râmâyana ricalcandola sulle proprie esperienze, e un piano, come dire, “pseudo-narrativo” in cui alcuni indiani, conversando in modo apparentemente casuale,
tirano le fila del racconto. I rimandi incrociati quindi non mancano, e i tre piani sono disegnati in stile molto differente (a sinistra e destra due degli stili) e con tecniche di animazione diverse. Come se la struttura non fosse già abbastanza elaborata, le parti dedicate alla leggenda sono in musical, costellate di canzoni della cantante jazz anni ‘20 Annette Hanshaw che più o meno si adattano alle situazioni, cosa che rende il cortocircuito ancora più straniante. Se vogliamo trovare un difetto, è che queste canzoni sono un po’ troppe e verso la fine stancano, ma per il resto è un film proprio bello, e c’è da sperare che possa godere di una distribuzione decente.
Ed eccoci ai premi dei cortometraggi in concorso, il piatto forte della serata.
E invece no, partiamo dai minori. Premio FIPRESCI (giornalisti) a Ona koja mjeri, Croazia, di Veljko Popovic (meglio noto come “il pirata Popov”, per l’abbigliamento pittoresco che sfoggia questo signore). E’ un corto che parla di una fila di persone che spingono un carrello in mezzo a un deserto, una chiara allegoria del consumismo. A noi pubblico non aveva colpito più di tanto, però il Pirata Popov è un signore buffo, quindi un po’ felici per lui lo siamo.
Il premio Sacem (equivalente della SIAE) per la miglior colonna sonora è andato a KJFG No 5, Ungheria, di Alexei Alexeev. Questo corto merita il link (e la fotina a sinistra) perché anche se si tratta di una semplice gag, è talmente gustosa e ben riuscita che ha fatto innamorare tutti. Si sperava in qualche premio per KJFG No 5, che comunque è il vincitore morale del festival, ma non si aspettava quello per la colonna sonora, poiché in effetti (se l’avete visto lo capite) la colonna sonora è, ehm, spartana, anche se essenziale alla narrazione.
Premio Jean-Luc Xiberras per l’opera prima è finito al curioso Portraits ratés à Sainte-Hélène, Francia, di Cédric Villain, a destra. Con piglio documentaristico fitto di ironia, il film racconta di come è vissuto Napoleone a Sant’Elena e delle vicissitudini dei calchi del suo viso dopo morto. Graficamente è essenziale ma colorato, e probabilmente è stata un’ottima scelta da parte della giuria.
Personalmente, invece, ho amato molto poco il corto scelto dal pubblico (malnato pubblico bue!), Skhizein, Francia, di Jérémy Clapin. Un signore viene colpito da un meteorite, e inizia a vivere a 92 centimetri da se stesso. Anche senza il titolo, non è difficile capire che si tratta di un’allegoria della schizofrenia. Non mi è piaciuto perché la realizzazione grafica mi è parsa sgraziata e poco consona al tema, e perché la narrazione è goffa e noiosa, nonostante qualche spunto interessante.
Passando finalmente ai premi della giuria, due son state le menzioni speciali. A sinistra, Morana, Croazia, di Simon Bogojevic Narath è un 3d pittorico, giocato su due piani: da un lato uno sciamano e dall’altro un frenetico mondo moderno, ma non è chiaro quale sia la parte onirica e quale la parte reale, o se siano entrambe reali, o entrambe oniriche. Al di là della bella realizzazione, il fascino del corto risiede in questa ambiguità.
Seconda menzione è andata a Berni’s Doll, Francia, di Yann J. (a destra), che sicuramente non ha vinto il premio per l’originalità del soggetto. Si tratta infatti di una rielaborazione del mito di Frankenstein attraverso le bambole gonfiabili. No, il premio è andato per l’ottima atmosfera di squallore, per l’humour nero, per il ritmo di narrazione compatto e preciso. Un buon lavoro.
Forse la sorpresa maggiore, foto a sinistra, è stata invece il Premio Speciale della giuria, andato a La dama en el umbral (La dama sulla soglia), Spagna, di Jorge Dayas. Si tratta di una storia “horror” in stile ottocentesco (Poe è il riferimento più immediato) che parla della storia di un capitano invitato ad una cena di un club molto particolare. Stupisce il secondo premio perché, pur essendo una storia intrigante e ben narrata, la realizzazione è in un 3d piuttosto povero e privo di fascino, e comunque perché di storie simili ne abbiamo già viste tante.
Nessuna sorpresa invece per il vincitore del Cristallo di Annecy, scelta concorde con la giuria dei babanotti: La maison en petits cubes (Giappone), di Kunio Kato. I giapponesi che fanno cortometraggi, di solito, producono stili profondamente diversi da quelli degli anime: anzi, probabilmente, in un paese che produce così tanta animazione, fare cortometraggi è un mezzo per esprimersi in un modo totalmente differente dallo stil
e imperante. Il lavoro di Kato obbedisce solo in parte a questa regola: non è un film estremo o sperimentale, è solo una narrazione pacata disegnata in toni pastello. La storia del vecchietto che costruisce piani alla sua casa sull’acqua man mano che sale il livello del mare ha conquistato tutti perché riesce a parlare della nostalgia di un periodo che non c’è più con grazia, commozione e usando un espediente narrativo originale e azzeccatissimo. Un plauso al timidissimo e giapponesissimo signor Kato.
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