Ma come, dirà il solo pubblico cacacazzi, avevi detto che parlavi di vincitori e vinti! Beh, ho mentito. Mi son reso conto che di buona parte dei vincitori non ho molto da dire, mentre invece c’è un sacco di altra roba che ho visto in giro su cui vorrei spendere qualche parola. Quindi, si fottano i bambini sudanesi, quest’anno si parla di quello che secondo me è interessante. Iniziamo, come i più astuti avranno capito, dai lungometraggi.
Giusto per contraddirmi, mi pare indispensabile dire qualche parola in più sul vero vincitore del premio, cioè Mary and Max di Adam Benjamin “Billy” Elliot. Elliot è noto soprattutto per il suo strapluripremiatissimo (e amatissimo dal sottoscritto) Harvie Krumpet, ma ci si chiedeva se sarebbe stato in grado di affrontare un formato differente come il lungometraggio. Beh, sì, anche se, come l’autore stesso ammette, Mary and Max non è altro che una versione estesa del suo cortometraggio più famoso. Stessa tecnica (la plastilina), stesso tono surreale, stesso intervento della voce narrante, stessa ambientazione (a metà, almeno) e, soprattutto, stessa attenzione per le persone con qualche sorta di disabilità che le rende degli outcast se
non dei freak; e, naturalmente, stessa sensibilità nel toccare questi argomenti con poesia ma senza retorica. Il film parla della corrispondenza tra Mary, una bambina australiana con una famiglia un po’ difficile, e Max, un newyorkese di mezz’età che soffre della sindrome di Asperger, una forma di autismo. I loro scambi di lettere, tra alti e bassi della loro amicizia e scambi di cioccolato, seguono la crescita e la maturazione di Mary, e il lento sopravvivere di Max alla sua malattia, fino a un finale un po’ strappalacrime ma sicuramente sincero.
Un altro
film in concorso su cui vale la pena spendere due parole è Jeh-bool-chal-shee e-ya-gee (sia ringraziato il Dio del Copia e Incolla!), meglio noto come The Story of Mr Sorry, opera coreana di In-keun Kwak, Il-hyun Kim, Ji-na Ryu, Eun-mi Lee e persino di Hae-young Lee. La cifra stilistica di questo assurdo poco-più-che-mediometraggio (63 minuti) è “Che schifo!”. E ora parliamo di cerume. Chi ha visto un po’ di cartoni animati giapponesi sa che in terra nipponica è considerato un atto dal vago sapore erotico farsi pulire le orecchie da una donna, perlomeno per la vicinanza fisica che questo comporta. In Corea si va oltre: secondo questo film esistono dei pulitori di orecchie professionisti a domicilio. Sinceramente non so se si tratta di un’invenzione filmica, ma a naso (anzi, “a orecchio”!) direi che si tratta di realtà. E’ ovvio che un lavoro del genere sia molto umiliante, e infatti l’omino protagonista della storia, il suddetto Mr. Sorry, è un piccoletto brutto, scemo e sgraziato che si fa mettere in piedi in testa da tutti e ha un ragno enorme come unico compagno di giochi (”Che schifo!”), e che ha come obiettivo di vita ritrovare la sorella scomparsa. Un giorno il suo capo gli dà da bere una pozione che lo rimpicciolisce tanto che può entrare nelle orecchie della gente e fare pulizia come nessun altro. E’ a questo punto che l’azione si fa metafisica: pulendo l’orecchio di un cliente, per caso sfonda una parete e si ritrova nel suo cervello, accedendo così al suo inconscio, cosa che poi farà con tutti i successivi clienti. Ed è a questo punto che l’azione si fa confusa, perché interagendo con un politico che aveva avuto a che fare con sua sorella, Mr. Sorry accede al suo cervello stesso. Ed è a questo punto che l’azione si fa morbosa, perché si scopre che il nostro bravo pulitore di orecchie ha sempre concupito la sorella, altro che bravo fratellino che la vuole ritrovare. Ed è a questo punto che l’azione si fa assurda, perché dopo questa scoperta il protagonista si trasforma in un ragno gigante (ehi, come in Coraline!). E (ora la finisco con questa gag) è a questo punto che l’azione si fa pessima, perché si ritorna a una cornice, probabilmente posticcia, introdotta all’inizio in cui in una specie di reality show si dedice se ammazzare o meno il ragno gigante. Sì, lo si ammazza. Che schifo.
Schifo di altro genere è un altro film in concorso, di cui ho visto solo metà: My Dog Tulip di Paul e Sandra Fierlinger. Come suggerisce il nome, parla di una cagnetta di nome Tulip. Per i primi minuti si assiste a un signore di mezz’età inglese che racconta il suo rapporto con Tulip. Ok, mi son detto, questa è l’introduzione, poi succederà qualcosa, che so, incontrerà una donna grazie al cane. E invece no. Il film è tutto dedicato al rapporto di questo signore con suo cane. Ne ho retto metà, poi mi sono arreso e sono andato a farmi un giro. Un po’ la cosa mi dispiace, perché mi sono perso dettagli morbosi e scientificamente accurati sulla riproduzione dei cani, cioè come lubrificare la vagina di una cagnetta o come masturbare un cane per favorire l’accoppiamento. Non si sa mai, potrebbe essere conoscenza utile.
Tra le opere fuori concorso merita una menzione, come ho già anticipato, Edison& Leo, di Neil Burns. Mettetevi comodi, vi narro i primi dieci minuti del film, con spoiler a profusione. Allora, c’è Edison, sì, l’inventore, che è mezzo cattivo, e ha una moglie e due figli, di cui quello buono è il protagonista e quello cattivo non lo è. Un giorno riceve a casa sua uno sceicco con una moglie e gli fa vederela sua collezione di memorabilia, tra cui un preziosissimo pugnale orientale che avrebbe ucciso una moglie infedele incidendole il labbro. Contestualmente Edison riceve dalla moglie dello sceicco, che è imburkata da testa a piedi, un invito a un appuntamento notturno. Quando però vi si reca, viene aggredito e al suo risveglio il pugnale è stato rubato, e c’è la donna dello sceicco a terra. A lui sorge un dubbio, le toglie il velo e…tah-dah! E’ sua moglie, avvelenata al labbro inferiore! Lui fa quel che bisogna fare, e con un coltello le taglia il labbro inferiore, per scongiurare la diffusione del veleno. Per guarirla definitivamente, a questo punto, parte in locomotiva e, ciuf! ciuf!, si dirige verso una mesteriosa tribù di donne indiane. Nel frattempo, lo sceicco si libera della sua donna (che era una prezzolata) buttandola giù dalla carrozza. Tale donna giura vendetta nei suoi confronti. Lo sceicco scompare e non si rivedrà mai più. Tornando a Edison, sua moglie viene guarita tramite un rito, ma a condizione che Edison non tocchi il libro sacro che sta nella stessa stanza del rito. Appena le indiane amazzoni voltano le spalle, ovviamente lui lo ruba e si porta via la moglie, lasciando il rito incompiuto e quindi lei catatonica. Non si capisce bene cosa contenga questo libro, probabilmente delle scoperte scientifiche. Non verrà mai detto perché le indiane lo possedevano, e comunque verrà dimenticato ben presto. L’azione si sposta ancora alla pseudo-moglie dello sceicco, che cammina cammina, arriva dalle indiane, si unisce a loro e poiché i loro nemici sono suoi nemici, d’ora in poi non vorrà altro che vendicarsi di Edison, dimenticandosi dello sceicco. Nel frattempo Edison ha messo su una specie di parafulmine in stile Frankenstein, succedono un po’ di casini e la moglie, risvegliatasi per l’occasione, fa da parafulmine, ma conducendo comunque verso il figlio buono. Ella muore, e il figlio buono diventa una centrale elettrica vivente e ammazza tutti quelli che tocca.E qui finiscono i primi 10′ del film e parte il resto… ma direi che ho reso l’idea. Assurdo, incoerente, davvero scemo: come per i fumetti Marvel, è più divertente farselo raccontare che fruirlo di persona.
Infine, merita una menzione Sunshine Barry & the Disco Worms di Thomas Borch Nielsen. Barry è un verme, e i vermi sono considerati i più sfigati nella società degli insetti. Fa l’impiegato e vorrebbe far carriera, ma un giorno per caso scopre la disco-music e da allora la sua vita cambierà nel tentativo di formare un complessino, anche se, come dicono tutti, “Worms can’t boogie!”. Appare evidente che si tratta della solita parabola di riscatto sociale attraverso la musica, già vista milioni di volte in tutte le salse (ivi compresa quella degli insetti!), ma in questo film c’è forse un tocco di sincerità in più rispetto ai soliti film americani, probabilmente dovuto a una caratterizzazione dei personaggi un po’ al di fuori degli schemi dei cartoon in stile Dreamworks. Merita la visione, senza dubbio, anche se la produzione non è abbastanza ricca da comprarsi i diritti delle canzoni dei Bee-Gees.
(Un grazie al mio entourage per la copertura dei buchi di trama che mi mancavano quando mi ero appisolato: Gianluca, Andrea, Paolo, Paolo e Marco)
Ogni anno, verso fine giugno, i telegiornali aprono sempre con le notizie su cosa sia uscito come tema alla maturità nella prima prova, e anche sugli autori usciti al classico come versione (”Cicerone! Tacito! Wow!”) e addirittura una traccia sulle prove matematiche dello scientifico (di solito esposte con palese ignoranza dell’argomento: “Parabole allo scientifico!”).
Cui prodest? A chi giova tutto ciò?
Fakt: delle prove scritte della maturità non frega niente a nessuno tranne che agli studenti coinvolti negli esami, che però sanno già in cosa consistono le prove.
In realtà ho il sospetto che qualcuno pensi che i temi della maturità possano essere una sorta di termometro culturale della nazione, e che possano quindi in qualche modo riflettere l’andamento sociale dell’Italia. Ovviamente questo non ha senso: se per una volta hanno parlato di qualcosa di vagamente nuovo come i Social Network, c’è pur sempre Svevo che è certamente un autore modernissimo, ma lo era anche due, dieci, cinquant’anni fa.
Sarebbe invece auspicabile che il Marchese dei Temi (sì, per scrivere le tracce devi essere un nobile con un titolo non inferiore al Marchesato) proponesse questa, per l’anno prossimo:
“Di recente, quando mi lavo i denti con lo spazzolino elettrico, mi sporco sempre di dentifricio il polso destro, cosa che non era mai successo in precedenza. Esponga il candidato le sue opinioni a proposito.”
(Scusate la latitanza, amici, ma prima o poi torno a scrivere regolarmente!)
Luci e ombre sull’edizione 2009 del Festival di Animazione di Annecy. E ora che ho creato tensione, permettetemi un cappello introduttivo sul mio rapporto con questo festival. Giunto ormai alla mia settima presenza consecutiva, il festival di Annecy è diventato un’abitudine annuale a cui non riesco più a fare a meno, tanto che l’idea con cui gigioneggiavo gli anni scorsi di saltarlo per fare più ferie in estate ormai mi è diventata estranea. Non riesco più a immaginare il mio giugno senza tutti i piccoli riti della settimana di Annecy: la tartiflette, gli aerei di carta, i siparietti di Bromberg, i croissant di fronte alla Pierre Lamy, il prato vicino al lago, il pranzo dalle vecchiette, la spesa di cadeaux al Monoprix, i piccoli riti del viaggio, la biretta a prezzi paurosi dal Pirate Pub, le fumetterie da esplorare. E i cartoni animati, certo. Sì, lo so che è un termine improprio e sminuente, che bisognerebbe dire “cinema di animazione”, ma lo trovo un termine troppo freddo, dove invece cartoni animati è più affettuoso, più vicino allo spirito che io attribuisco all’animazione. Insomma, io non mi vergogno di dire che ad Annecy vado a vedere i cartoni, che diamine.
Luci e ombre, si diceva. Togliamoci il sassolino dalla scarpa e proclamiamo pure che le giurie hanno fatto dei gran pasticci, quest’anno. Il corto vincitore del Grand Prix per il cortometraggio, il cui nome e i cui autori non citerò per ripicca, era proprio brutto ed è stato scelto, evidentemente, solo per il suo contenuto sociale: era infatti un documentario sul dramma dei bambini rapiti e ridotti in schiavitù in Sudan. Un grosso problema, per carità, che è giusto affrontare e non è di principio sbagliato farlo in animazione (per quanto sia inutile usare questo mezzo), ma premiarlo in virtù del messaggio e non in virt
ù della qualità del lavoro (che, come si sarà capito, era meno che mediocre) mi ripugna. Possiamo quindi dire che l’edizione 2009 di Annecy non ha avuto un vincitore nei cortometraggi. Un immagine del non-vincitore è comunque qui a destra, così vi fate un’idea anche voi.Ma non è l’unico guaio. Sempre nei cortometraggi, è stato premiato l’ottimo Runaway di Cordell Baker. Nulla da eccepire sulla scelta, se non che le musiche del corto sono opera di un certo Benoit Charest, che era anche giurato. Mi risulta impossibile concepire come un festival della serietà e dell’importanza come quello di Annecy abbia commesso una simile leggerezza. E ancora: non è stato proclamato un solo film vincitore del premio per il lungometraggio, ma si è scelto di attribuire un ex-aequo a Mary and Max (a sinistra) di Adam Benjamin Elliott e a Coraline di Henry Selick. E’ palese che
una giuria che non riesca a scegliere abbia fallito il suo compito; tuttavia, da come è stato attribuito il premio (Cristallo a Elliott, e poi, a sorpresa, ex-aequo a Selick) si sospetta che il vincitore in effetti sia Mary & Max, e salvataggio delle chiappe nei confronti delle major hollywoodiane che stanno lanciando il film in questo momento e potrebbero essere generose in futuro nei confronti di un festival sempre affamato di sponsor. Puzza anche molto l’attribuzione del premio del pubblico a Brendan et le secret de Kells di Tomm Moore e Nora Twomey, vista la pioggia di applausi e le ovazioni che hanno seguito Mary and Max (e anche Coraline, suvvia). Ah, e giusto per chiudere, nella giuria dei corti c’era Elliott, autore di uno dei lunghi in concorso. Non un vero conflitto di interessi, ma comunque una situazione poco pulita. Va detto, comunque, che c’è stata la fondata impressione che Elliott fosse radicalmente contrario alle decisioni dei suoi colleghi giurati.
Per la prima volta, durante il pomeriggio di sabato i vincitori dei premi sono stati divulgati alla stampa, con una preghiera di non diffusione che solo gli svizzeri e i giapponesi avranno rispettato. Io non mi sono spoilerato, ma avevo intuito che c’erano dei grossi problemi: questo “leak”, probabilmente era per preparare il pubblico e ridurre le contestazioni, che comunque un po’ ci sono state. E, comunque, è mancata l’atmosfera di festa e la pioggia di applausi che seguono la proclamazione del corto vincitore.
Ma parliamo d’altro. Nove lungometraggi in concorso, ne ho visti sette e gli ultimi due è come se li avessi visti (Battle for terra e Monster & Aliens), grande varietà di temi, di tecniche e di qualità. Si è passato dalla stop-motion dei due vincitori,
Mary and Max e Coraline, al 3d un po’ primitivo della satira sociale del norvegese Kurt turns evil (mi aspettavo un po’ di più dai norvegesi, dopo l’ottimo Slipp Jimmy Fri di due anni fa), allo spasso dell’ultraviolenza in cut-outs di Boogie el aceitoso (un’immagine qui a destra), e persino l’animazione tradizionale su rodovetro per My dog tulip e Brendan et le secret de Kels. Fuori concorso invece non c’era moltissimo di interessante. Citerò solo per farvi venire un po’ di curiosità la follia di Edison & Leo, un pasticciaccio di avventura molto più spassoso da raccontare che da vedere, e la tradizionalissima ma molto divertente storia di riscatto sociale Sunshine Barry & the Disco Worms. Parlerò di entrambi in seguito.
Una volta tanto, per quanto riguarda i cortometraggi, è mancato davvero qualcosa che spiccasse sugli altri: se ricordate, infatti, c’è un mantra che si ripete ogni anno “Quest’anno i corti non erano male, ma mancava il capolavoro ricco di spessore”. Ecco, forse l’edizione 2009 ci si è avvicinata un po’. Il sabato mattina, tradizionalmente, riguardiamo la lista dei corti proiettati ed è abbastanza facile restringere i candidati a quei 5-6 lavori che meritano di più, e qualcuno di questi vince sempre qualcosa. Quest’anno la cosa è stata pressoché impossibile, ma non necessariamente per la mancanza di bei lavori: anche per la mancanza di corti particolarmente fetidi. Quelli proprio brutti saranno stati tre o quattro, uno dei quali, ricordiamolo, è stato il vincitore.
Va però detto che la giuria, con l’eccezione del Grand Prix, ha premiato dei bei lavori, in particolare quello che è stato il mio personale vincitore: L’homme à la Gordini, una storia di libertà d’espressione un po’ surreale ambientata in un mondo ideale degli anni ‘70, ha preso il premio per l’opera prima (nonché quello dei bambini, ma quello conta di meno). Potete vedere quant’è ganzo qui a sinistra. Il Premio Speciale è andato al già citato Runaway di Cordell Baker, un corto tradizionale canadese ricco di ritmo e di gag visive (e di qualche metafora sociale), mentre la Menzione Speciale è finita all’apprezzato (da me, almeno) e stravagante Please Say Something di Davide O’Reilly, stora d’amore tra gatti e topi con un design particolare e un po’ “difficile” e narrata a blocchi narrativi slegati.
Un po’ moscetta anche l’offerta delle anteprime: Panique au village, che è divertente in episodi da tre minuti, è assolutamente insopportabile nella forma di lungometraggio. Credo che nessuno, in sala non abbia dormito almeno un po’, maledicendo le grida stridule dei personaggi del film. E’ stato presentato inoltre un altro lungo francese, Les Lascars, tratto da un fumetto che non conoscevo. Non l’ho visto.
I film di scuola sono sempre difficili da vedere, un po’ per la programmazione (spesso alle 23, lo spettacolo che io sono uso saltare) e un po’ perché molto popolari, e i biglietti finiscono subito. Ne ho visti tre su cinque, e ho anche visto quasi tutt
i i vincitori. Che culo. Il vincitore assoluto, For Socks’ sake di Carlo Vogele, l’ho visto (animazione di oggetti in modo creativo, un po’ alla PES: immagine qui a destra), mi è piaciuto, ma il secondo, Ex-E.T. di Benoît Bargeton, Yannick Lasfas, Rémy Froment e Nicolas Gracial non mi colpito un granché, tanto che me lo sono mezzo sonnecchiato. Il terzo premio, The Soliloquist di Kuang Pei Ma, l’ho mancato. L’impressione, comunque, è di un calo della qualità. Non è un buon segno.
Discreta invece la selezione dei corti fuori-concorso. Ho sempre più l’impressione che questi programmi non contengano gli “scarti”, cioè i migliori corti non selezionati dal comitato apposito, ma piuttosto siano frutto di una selezione parallela (da parte di qualche altro oscuro comitato che agisce nell’ombra), e contemporaneamente racchiudano prodotti che non sono andati in concorso magari perché l’autore non lo voleva, o ha consegnato oltre il termine di scadenza, o ha qualche conflitto d’interesse con la giuria (vabbè, si dirà, questo evidentemente non è un problema…). Questo per dire che si assiste a qualche bella fetecchia, ma comunque non si tratta di programmi di “scarti” e quindi in quanto tale per forza inferiori al concorso. Ad esempio, cito qua e approfondirò in seguito The Spine, il nuovo corto di Chris Landreth e Madagascar, carnet de voyage, entrambi i quali avrebbero potuto anche essere vincitori di qualche premio.
Infine, una parola sui programmi speciali: questo era l’anno della Germania. I programmi ad essa dedicati non erano molti, ma nel complesso di buona qualità. Ne ho visti tre: un’ottima selezione di corti, una discreta selezione di corti di scuola, e un coraggioso programma dedicato solamente a opere astratte. Quest’ultimo, prima visione del lunedì, è stato un po’ pesante ma comunque nel complesso interessante. Va però detto che non si percepiva “Germania” dappertutto come è successo in altre annate, come la Corea, l’India, il Canada o persino l’Italia. Altra serie di programmi in rassegna era dedicata alla danza. E’ un argomento che non mi interessa molto, e quindi non le ho dato priorità: cioè, non ho visto nulla. Completano la rassegna i soliti Spike & Mike, Politically Incorrect e un programma per il quarantennale dello sbarco sulla luna. Complessivamente, comunque, non è parsa un’annata in cui i programmi di rassegna attirassero molto l’attenzione.
Altri appunti sparsi:
- La sigla dell’anno, che utilizza i personaggi della serie animata Chouette, era discreta, ma priva del mordente di quella dell’anno passato. Il sirtaki con velocità progressiva che la caratterizza ha coinvolto il pubblico già dalla seconda proiezione, ma a lungo andare non ci sono state le ovazioni che si son viste in altre annate.
- Il manifesto dell’anno, che vedete in cima all’articolo, l’ho decifrato per primo io. Bravo, Luca.
- Risolti, invece, in generale, i problemi tecnici che l’anno scorso erano stati davvero troppi. Con qualche piccola eccezione, proiezioni puntuali e buona qualità.
- Di contro, le sale del Bonlieu iniziano a mostrare un po’ l’età. E’ giunto il momento di rifare la moquette nella Grande Salle e di aggiustare le sedie ballerine della Petite.

- Spike aveva, come cappello buffo dell’anno, un copricapo da faraone. Però ci è parso un po’ abbacchiato. Povero Spike. Qui a fianco, un fotogramma di un filmato che mostra il nostro eroe.
- Ho mangiato la tartiflette una sola volta, e inizio ad avere il sospetto che mi impedisca di dormire. Diamine. In compenso, ho mangiato una tartare col reblochon fuso che era nettare degli dei. Si gioisca, a questo proposito.
- A causa della dieta Harry Potter (burro-birra) ho preso quasi 2 kg, nonostante le due corsette sul lungo lago. Quest’anno queste ultime dovevano essere tre, ma arrivati al venerdì si inizia a essere un po’ stanchini…
(Ok, le ombre le abbiamo capite… ma le luci quali erano? Beh, mi sono divertito un sacco come al solito, che si vuole di più?)
Next: Vincitori e vinti
Padania, 2001.
All’inizio del secolo lavoravo e vivevo a Milano, ma passavo quasi sempre il weekend in Liguria. Ero felicissimo di sgommare via dalla metropoli, ma il viaggio era un discreto sbattimento, tantopiù che spesso andavo in macchina e, soprattutto con la bella stagione, era inevitabile trovare traffico.
In una di queste occasioni, ero già in pianura e si andava a rilento, in quella situazione immediatamente prima della coda in cui le distanze tra le automobili si riducono e la velocità di crociera si stabilizza sui 60-80 km/h: in questi casi, è inutile cambiare corsia o provare a sorpassare, bisogna rassegnarsi e andare piano. Almeno, questo vale per chi ha una Ka, ma non per chi possiede una Ferrari: chi le compra, evidentemente, ritiene che nel prezzo siano compresi impunità per gli eccessi di velocità e diritto ad avere la strada libera (*). Dietro di me sbucò rombante un bolide rosso che chiese strada lampeggiando coi suoi potenti fari. Io, che sono paziente e tranquillo, mi tolsi di mezzi e feci (ah, ah, ho scritto “feci”!) strada. Ma io sono anche malvagio, ed ebbi una splendida idea. Mi misi dietro la Ferrari e attaccai anch’io a lampeggiare, fingendo di voler passare, come per dire “Che diamine! Siamo andando a 80 km/h! Io ho una macchina che può arrivare ai 140, questa velocità è intollerabile!”, e sono andato avanti così per non so quanto tempo. Ovviamente il comandamento di quel signore era “non avrai altra corsia al di fuori di quella di sinistra” e non si sognò di scostarsi, così io godetti a lungo immaginandomelo sbavare dalla rabbia perché qualcuno voleva sorpassarlo. Oh, magari non gliene fregava niente e ha ignorato il babbo di minchia sulla Ka che lampeggiava come un ossesso ridendo ad alta voce, ma mi permetto di nutrire forti dubbi a riguardo.
Alla fine la strada si liberò e il mio temporaneo amico riuscì a sfrecciare lontano. Lo salutai lampeggiando coi fari, e mi spostai nella corsia di destra, per fargli fare un’ultima sbavata. Sono soddisfazioni.
(*) Mi si conceda un’invettiva: trovo in generale le macchine sportive piuttosto volgari (e mi perdonino gli amici che ne possiedono una, non è nulla di personale, lo sapete bene), ma la Ferrari per me è il prototipo della macchina da spacciatore, da impreditorinculo arricchito o da manager cocainomane abbronzato che ha fatto i soldi sulla pelle dei dipendenti. Con buona pace del mito del design italiano.
Ho iniziato a studiare inglese in seconda elementare. A ripensarci, è stata una manovra non poco audace per una scuola di suore, ma la mia maestra in certe cose era abbastanza moderna, bisogna dirlo. Non ho mai capito se questo studio così precoce mi sia servito effettivamente, poiché il programma di quattro anni di scuola elementare è stato poi coperto entro la fine della seconda media, e il programma delle medie è stato sorpassato entro il primo quadrimestre della prima liceo dalla mia severissima (ancorché bravissima e tuttora molto amata dai suoi ex-allievi) insegnante al liceo. E’ però vero che iniziando presto a orecchiare la lingua d’Albione è possibile che sia stato facilitato in seguito.
Durante i quattro anni di studio, ho avuto due insegnanti, una in seconda e in terza e una in quarta e in quinta. Entrambe si chiamavano Rossana, ma la seconda voleva essere chiamata “Rox”. Secondo me le rodeva. In ogni caso, quello che ricordo esplicitamente di aver imparato alle elementari sull’inglese è quanto segue:
- In Inghilterra la gente fa mestieri strani, come il milkman. Io mi son sempre chiesto perché dovevano farsi portare il latte a casa e non potevano andarselo a comprare come tutto il resto.
- In Inghilterra c’è un tizio strano, il signor “Th”. L’insegnante aveva cercato di umanizzare e rendere simpatico il concetto del suono che si scrive con “th”, e insisteva con “la linguetta in mezzo ai denti”. Ok, va bene, altrimenti finisce che si impara a pronunziare l’articolo determinativo “de”, o addirittura “ze” come dicono i francesi, ma perché non dedicare altrettanta attenzione ad altri suoni non presenti in italiano, come la vocale di “man”, o il suono finale di “player”?
- A Natale in Inghilterra si dice Merry Christmas, si mangia il budino di fichi e si fa la recita di Natale. I più sfigati fanno le pecore, ma questo lo sapevamo già grazie ai Peanuts. Io ho fatto Babbo Natale rimpiazzando all’ultimo momento Mike che aveva più il phisique du role ma si è tirato indietro per fifa di palcoscenico. Bravo, Luca e cattivo, Mike.
- Come avrete intuito, l’inglese si parla solo in UK. USA, Irlanda e tantomeno Australia, Canada, Nuova Zelanda e tonnellate di nazioni minori non sono contemplate.
- La prima lezione, come si usa, ebbe come argomento “Come ti chiami? Mi chiamo Bongo”. L’insegnante fece fare il giro della classe e ognuno doveva chiedere al suo vicino il nome usando la formula “What’s your name? My name is Bongo”. Problema: nessuno aveva capito bene cosa dire, quindi le pronunzie erano le più disparate. La mia era “quozziorneim”, che probabilmente echeggiava la parola “quiz”.
- Similmente, quando si fanno i cori nel ripetere le parole, si dice “oltugheda”, che a me sembrava una spece di insalata. Mi immaginavo una ciotola di insalata e ridevo invece di ripetere le frasi. L’insalata fa ridere.
Vetsoll, folcs.
Martedì 6
Oggi ho saputo che ad Agosto faremo una partita di calcio tra maschi e femmine. Il portiere è Marco, la mia parte invece è di scartare. Il premio per chi vince è una torta-gelato e per chi perde dei ghiaccioli. Però la faremo nel giorno in cui ci saremo tutti.
Una giornata oltremodo interessante. Avevo, e ho ancora, un certo dono di sintesi: una serie di frasi secche danno un sacco di informazioni precise e puntuali: ci sarà una partita di calcio (”Ho saputo”: chissà chi l’ha deciso e ha ritenuto necessario informarmi a questo proposito!). Tale partita, secondo la più classica rivalità che si può avere a 8 anni o giù di lì, è tra maschi e femmine. L’unico ruolo predefinito è quello di Marco, che ha sempre voluto fare il portiere, anche se in effetti era più bravo a fare altre cose, mentre io finirò per “scartare”. Sono sempre stato poco capace a giocare a calcio, ma se c’è una skill in cui ero particolarmente incapace era quella del dribbling. Mah. La partita avrà persino un premio: una torta-gelato per il vincitore e persino il premio di consolazione per i perdenti, in un impeto di generosità. E infine, dico persino che la faremo più avanti, quando anche gli amici ancora assenti potranno far presenza (siamo all’inizio di luglio, non dimentichiamolo, alcuni probabilmente erano in vacanza altrove: non tutti avevano i nonni a disposizione per tenere i bambini!). Non credo di fare torto a nessuno se faccio uno spoiler e vi dico fin da subito che questa partita non verrà mai disputata.
7/7/82
Qua a Sassello mi diverto quando so cosa fare.
Il fatto è che a Sassello non sappiamo a cosa giocare. Abbiamo voluto costruire una capanna ma non eravamo dei bravi architetti. Però quando giochiamo è sempre bello.
Questa entry è piuttosto contraddittoria: mi annoio o meno? Dai miei ricordi, mi divertivo sempre un pacco, ma si sa che i ricordi tendono sempre ad abbellire la realtà. Ma il punto chiave non è questo: non è vero che non eravamo dei bravi architetti! E’ stato Igor a distruggere la capanna, e lui e la sua progenie per settantasette generazioni ne pagheranno lo scotto!
Questa documentazione non è affidabile. Sono turbato…
(ah, curioso che abbia cambiato il formato di data solo per questa giornata…)






